Tra la fine del Medioevo e il Rinascimento, si diffonde in Italia la pratica di registrare su scartafacci gli eventi più importanti relativi al proprio nucleo famigliare. Sono i libri di famiglia, che l'Alberti consiglia di scrivere e tenere privati. Una cronaca segreta del noi intimo. Si sta formando infatti la classe media urbana, alfabetizzata quanto basta, formata da bravi borghesi arroccati nella propria alcova domestica da cui ci si può riparare dalle incertezze del terribile fuori. L'idea di famiglia moderna si forma intorno all'idea che si possa tracciare una precisa linea evolutiva di padre in primogenito, da cui si irradia il famoso albero genealogico. La famiglia diventa la chiave di volta su cui si sostiene il peso del privato e del pubblico, in famiglia si scelgono e sostengono fazioni politiche, si trasmettono beni e conoscenze tecniche, nell'illusione di una continua ascesa generazionale. Insomma, anche la classe media impara a gestire il proprio come le grandi dinastie regali, rinsaldandosi dietro un vessillo che proprio in quel momento comincia a diffondersi: il cognome (del quale i signori non hanno mai sentito la necessità). Questi i libri della famiglia, libri di storia, sì, ma particolare e soggettiva.
E questa pratica si continua per buona parte del Cinquecento quindi. Molto bene, ma se il lettore mi permetterà un brusco salto temporale, passeremo direttamente alla fine dell'Ottocento, attirati dal più ingordo dei generi letterari: il romanzo. La famiglia e il suo libro finiscono anche loro tra le ganasce di questo genere-mezzo che s'ingrassa sempre più, si ramifica e si evolve. Per molti autori ottocenteschi, il romanzo è un genere sociologico, George Eliot sottotitola il suo Middlemarch 'uno studio sulla vita di campagna'. Non sono più soltanto gli scrittori, ma il romanzo stesso si fa borghese. E comincia anche lui a parlare di famiglie. Una, due, tre generazioni in cui si dimostra l'evoluzione, lo scambio, spesso conflittuale, tra le generazioni. A partire da un primo protagonista che arbitrariamente diventa patriarca come Abramo, Isacco e Giacobbe (e non importa se anche lui ha avuto antenati e ha contemporanei), da cui discendono poche generazioni, solitamente strette intorno a un singolo secolo. È d'altronde esperienza comune vedere interagire tre generazioni, dal momento che a pochi è stato dato di conoscere il proprio bisavolo (se non addirittura il proprio trisavolo), e, se anche fosse, difficilmente si possiederà di un così antico antenato più che qualche ricordo. In fondo, di nonni ce ne sono soltanto due, e in una società patriarcale, uno solo è quello che conta; ma, prova a risalire ancora l'albero, e i numeri si moltiplicano geometricamente, e tutte le nostre sicumere cominciano a cedere nello sconosciuto da cui dovremmo provenire. Insomma, un nonno, un padre, un figlio (tutti maschi) vengono cristallizzati come un insetto nell'ambra, fino a che l'ultimo membro si emancipa e ci si prepara ad aggiungere un nuovo anello della catena. Questo fino a che Herr Mann ha mandato in crisi questo sistema con i suoi Buddenbrook (il cui sottotitolo è appunto 'decadenza di una famiglia'). Nel romanzo di Mann si narra la lenta decadenza di una famiglia fino all'ultimo suo membro, nelle prime decadi dell'unificazione tedesca.
Ma non siamo qui per parlare di Mann, ma penso che dire tutto questo sia importante per comprendere la grandezza di Singer. Il suo romanzo raccoglie le innovazioni manniane, ma, anziché essere l'antitesi del genere, ne è la sintesi. Nei Karnowski si racconta la degenerazione di una famiglia ebrea polacca, ma il lettore si accorge leggendo che il romanzo è costruito orizzontalmente: tutti e tre i membri della catena sono in conversazione continua, invece che educatamente sostituirsi l'uno all'altro in ordine. Non abbiamo a che fare con la storia del nonno prima, del padre poi, e del figlio infine; la trimurti protagonista del romanzo condivide l'esperienza delle leggi razziali e dell'emigrazione, e condivide la crisi insieme.
Come in Mann, la manifestazione di questa crisi si palesa nell'ultimo membro della famiglia Joachim Georg (detto Jegor). Ma i suoi semi sono già presenti fin dal patriarca, il nonno David. Quest'ultimo, all'inizio del romanzo prende la sciagurata decisione di trasferirsi da un piccolo shtetl polacco a Berlino, che lui considera capitale intellettuale dell'ebraismo sefardita, città dove ha vissuto il grande Moses Mendelssohn (figura essenziale nella storia dell'ebraismo europeo, intrecciante il giudaismo con l'illuminismo tedesco). La parabola di ascesa e crisi di David non avviene nella prima parte del romanzo, ma ben più avanti, soltanto quando la famiglia, scappando dal Terzo Reich, si trasferirà a New York. Il tramonto di David arriverà quando il vecchio sarà umiliato dalla generosità di un salumiere, nonostante lui lo avesse trattato con condiscendenza nel vecchio mondo a Berlino. È il grande, vecchio intellettuale che viene fatto cadere non dalla ferocità del mondo, ma dalla sua bontà, per quanto piccola e volgare, in quanto si dimostra più perforante della sua austera armatura ermeneutica.
Il figlio di David, Georg, e quindi l'anello di mezzo, è l'incarnazione della crisi dei valori del patriarca. Lui rinnega gradualmente l'ebraismo, arrivando a sposarsi una shiska. Anche la sua parabola non è inclusa nella sua parte di racconto ma si espande dal centro verso la fine. Dopo aver combattuto nella Grande Guerra, abbraccia il mondo materialista e diventa un ginecologo di enorme prestigio, arriva a dichiararsi ateo e cerca disperatamente di farsi accogliere in un mondo a cui non appartiene. Lui è in grado di percepire l'errore del padre David, ma non il proprio.
Jegor non lo si deve considerare l'anello più debole in quanto individuo, perché raccoglie il frutto delle scelte dei due antenati. Figlio per metà ebraico, per metà tedesco, vive sulla propria pelle il conflitto innescato da questa incertezza identitaria. La sua debolezza fisica viene denunciata come la manifestazione corrotta della propria origine ebraica da parte della famiglia materna, fervente antisemita. Jegor si ritrova quindi a essere il frutto mostruoso dell'unione di ebrei e nazisti; se Georg, il padre, sogna l'impossibile, e cioè di essere tedesco e gentile, Jegor soffre per la propria condizione ambigua, e sente il peso del proprio ebraismo demonizzato in un mondo sempre più ferocemente ostile. Quando avviene la rottura, non coinvolge soltanto la vittima, e cioè Jegor, ma tutti quanti. E arriviamo quindi al momento dello strappo: Jegor, verso due terzi del romanzo, viene pubblicamente umiliato a scuola (l'umiliazione massima per un adolescente: lo sbeffeggiamento pubblico del pene), e questo costringe la famiglia intera a fare i conti con il nazismo, del quale fino a quel momento non ne percepivano il pericolo reale. Non è un caso che l'apice della crisi si simbolizzi proprio sul pene del più giovane, destinato a rompere la catena di successione famigliare.
Quindi, gettati nella realtà di una Berlino che non è la capitale dell'ebraismo ebraico di Mendelssohn, tutt'altro, i Karnowski si imbarcano per l'America; ma, insieme alla famiglia, emigra anche la crisi. I Karnowski, tutti e tre, scoprono che anche negli Stati Uniti esiste l'antisemitismo. Qui, Georg è costretto a rinunciare al prestigio a cui era abituato nella repubblica di Weimar. David non è più il grande maestro di legge, e Georg non è più il grande medico. Ed ecco che si verifica la scena a cui abbiamo già accennato: il patriarca è costretto a rinnegare sé stesso di fronte alla benevolenza del rozzo salumiere (per quanto sia una scena meno pateticamente impressionante che l'esibizione del pene, è questo il crollo definitivo della famiglia: ecco che abbiamo un'inversione, la parabola discendente della famiglia comincia con il terzo, e finisce con il primo membro). E, per quanto riguarda Jegor, nemmeno negli Stati Uniti può trovare requie, il ragazzo sente dentro di sé crescere l'odio antisemita della famiglia materna, che ingloba e fa proprio esplodendo nel paradosso dell'ebreo che odia il suo stesso popolo, la vittima che accoglie l'identità del carnefice.
La caduta dei Karnowski dunque non è ereditaria, non è colpa del decadimento morale del tempo. Quella dei Karnowski non è una tragedia, in senso aristotelico, perché non si passa da una situazione di contentezza positiva verso una inesorabile sconfitta. Quello intessuto da Singer è un vero scambio generazionale perché i tre membri della famiglia, più le mogli di David e Georg, sono in continua comunicazione. E comunicazione è incomprensione.
Il libro: Israel J. Singer, La famiglia Karnowski (Adeplhi)
parola di Caciara Zonzerlo