Un libro noioso, a volte, riesce a intrattenere più che uno adrenalinico fino alla tachicardia. In Babbitt, succede poco, e quel poco che succede, non attira grande interesse, perché tutta l'attenzione è concentrata nell'eroe eponimo. Tutti i personaggi sono al servizio di questa grottesca caricatura del piccolo conservatore del Middle-West. Babbitt è posseduto dalla febbre del consumo, del quale è sia vittima che carnefice, è preda di quel feticismo delle merci di cui il vecchio Marx andava parlando, il desiderio di possedere la roba porta questa a essere il vero obiettivo del lavoro e quindi della vita stessa. Così la vita di un uomo è perfettamente misurabile, lo si vede dalla casa, dalla macchina, dal numero d'impiegati. Il mondo di Babbitt è un mondo incluso in un catalogo, ognuno ha la sua pagina in cui si mostrano i frutti del proprio ingegno, del proprio lavoro, della propria coscienza civica e savoir-faire sociale in immagini di lusso guadagnato.
Certo, molto di George F. Babbitt è tipico di quel piccolo borghesuccio che ci potremmo aspettare, un po' Akakij Akakievič, un po' Mastro-don Gesualdo; nella prima parte del romanzo lo osserviamo infatti condurre la sua giornata, a lavoro, a casa, con gli amici, con la famiglia, e lo osserviamo come padrone e servo, come padre e marito, come amico, come vicino lo osserviamo confrontarsi con tutte le questioni determinanti degli Stati Uniti di inizio anni Venti. A due anni dall'instaurazione del proibizionismo (che durerà fino al '33), quella è la società che abbiamo visto in film e letto in libri, di gangster. di paillettes, di jazz, delle 'pupattole', dei 'dollaroni' e, soprattutto, dei perfidissimi 'rossi' (il grande babau del paese). Eppure, procedendo con la narrazione, osserviamo il formarsi delle crepe che allontaneranno progressivamente Babbitt dal resto dei suoi simili (stretti a coorte nella Good Citizen's League, la 'Lega dei Bravi Cittadini'). Sono crepe causate da due personaggi in particolare, a cui Babbitt non può fare a meno di sentirsi attratto: Paul Riesling, l'ex musicista fallito, e Seneca Douane, l'avvocato socialista.
Nei confronti di Riesling, Babbitt prova un'evidente attrazione omosessuale, che per la propria autenticità caricaturale il protagonista non è in grado di percepire. Douane invece lo attrae per la sua connessione con un fantomatico lord inglese (del quale si sospetta l'inesistenza), e quindi per un millantato prestigio sociale che Babbitt valorizza nonostante il socialismo di Douane, ma soprattutto lui rappresenta ciò a cui Babbitt ha dovuto rinunciare. Di fronte a Babbitt, Riesling è l'eccesso e Douane è l'opposto, uno è il bello, l'altro è il giusto, ed entrambi sono esclusi dalla società di cui Babbitt è parte. In un momento di debolezza, Babbitt interrompe la sua vita ferocemente consuetudinaria e comincia a comportarsi incomprensibilmente agli occhi della brava gente, soltanto che i giovani figli sembra che possano comprendere questa sua svolta debosciata, perché, si sa, i giovani non hanno ancora imparato che è necessario rinunciare all'idea per il reale.
Ma, come dicevo, questo non è un romanzo di trama, dove quello che succede ha una qualche importanza, è un romanzo di carattere (uno solo, quello del protagonista), e per questo non mi sentirò in colpa ad anticipare al lettore che questa divergenza tra Babbitt e la brava cittadina di Zenith (la città fittizia di cui Babbitt è tanto orgoglioso, grazie alla sporcizia tanto accuratamente nascosta sotto al tappeto), verrà risolta verso la fine del romanzo - detto questo, lascerò comunque segreto la coda del libro, che serve a cristallizzare il carattere profondo del protagonista.
Il romanzo è un romanzo molto ironico, forse troppo, leggendo si scorge tra le righe il sorrisetto compiacente dell'autore. E, tra le tante, una battuta ricorrente nel romanzo, il lettore italiano la conosce bene: i molti ultimi sigari che il protagonista fuma prima di smettere sono gli stessi delle ultime sigarette di Zeno Cosini (per coincidenza della sorte, Svevo pubblica il suo romanzo un anno dopo, nel '23, il fumo si sta affermando come simbolo della nevrosi di un uomo che ha perso il controllo del sé). L'umorismo è sempre molto soggettivo (d'altronde, nella scrittura la cosa più difficile è far ridere), e ci sarà a chi piace e a chi no. Certo aiuta a impermeabilizzarsi al soggetto, a non immedesimarsi troppo in questo Chisciotte capitalista. Non si ride, ma forse si ridacchia di Babbitt e di chi gli sta intorno.
Per sfortuna dell'autore, l'editore italiano (Mattioli) ha fatto la crudele scelta di metterlo in copertina (come fanno per diversi libri della collana), fatto che, insieme al titolo stampato al centro, porta automaticamente ad attribuire la fisionomia dell'autore al suo protagonista. Ennesimo caso in cui l'artista viene vinto dalla sua stessa opera. Insomma, Babbitt non brilla per energia, ma non certo per cattivo mestiere, perché all'autore interessa mostrarci un carattere, e lo fa fino in fondo e lo fa bene. In Italia il nome di Lewis non è particolarmente noto, perché tra gli statunitensi leggiamo solo chi piaceva a Pavese prima, alla Pivano poi; io mi asterrò dal fare la solita invocazione alla riscrittura del canone, perché non sono così ingenuo, né arrogante da pensare di avere una qualche voce in capitolo, mi limiterò solamente a invitarti a passare con Sinclair Lewis e con George Babbitt qualche settimana.
Il libro: Sinclair Lewis, Babbitt (Mattioli 1885)
parola di Caciara Zonzerlo