La Sibilla besagnina (Gianchetta Dellacasa) [1933? - 2033]
Fino a qualche anno fa si poteva incontrare nella piazza di Molassana una donna seduta tutto il giorno su una sedia in plastica, e, accanto a lei, la sorella. Era una donna carica d'anni ma, seppure appassita, ancora manteneva la postura orgogliosa di una antica bellezza. La sorella invece non le somigliava affatto, aveva il volto sempre sorridente e una buona parola per tutti. Le due rimanevano lì sedute, tutto al giorno davanti a un baracchino esagonale, simile alle tante edicole che ci sono in giro, se non che questo era completamente chiuso ai lati, a eccetto dell'ingresso dove si trovavano le due. Tutto il giorno, l'una tesseva una calza dopo l'altra, ma mai a coppie, in inverno calze in lana merino, in estate in cotone. Filava una calza sempre troppo lunga da potere essere calzata. Filava la calza mentre l'altra reggeva il gomitolo, sorrideva e aveva una buona parola per tutti. Che si sappia che la vecchia che filava la lana era considerata da tutti una grande maga.
Tutti sono venuti qui, nella piazza di Molassana, almeno una volta a chiederle consiglio in un momento di necessità, di difficoltà, di spaesamento, di delusione, di angoscia, di dolore, di depressione, di sconfitta, di rabbia, di malattia, di malinconia, di dubbio, di solitudine, di incertezza, di arresto, di indecisione, e chi è venuto spinto dalla semplice curiosità. Tra chi c'è andato una volta sola, chi più volte, e chi regolarmente, seppure nessuno sia mai riuscito a liberarsi dal peso che lo opprimeva con le sole parole o azioni della vecchia, comunque tutti a posteriori sembrano giurare un qualche effetto taumaturgico provocato dalla visita, e tutti sono sempre più attratti da lei. Regolarmente vi è tra i più superbi, quelli che si credono più intelligenti di tutti (soprattutto più intelligenti di gonzi che credono alle fate), vi è chi decide di tentare la sibilla e dimostrare l'inganno. Eppure nessuno mai è riuscito a rivelare un qualche trucco, e tutti escono dall'incontro colpiti e cambiati. Detto questo, le parole o le azioni della ormai vecchia sibilla sono sempre velate da una cappa di impenetrabilità, per la quale nessuno è mai riuscito ad agire di conseguenza secondo i propri desideri. Ciononostante, tutti sono attratti dall'antica sapienza della vecchia sibilla, e, certo in grado minore, dai sorrisi e dalle buone parole della sorella. È un certo bianco della vecchia ad attrarre, un bianco che era in lei ben prima che i suoi capelli, prima neri, nerissimi, si imbiancassero. È il bianco vitreo delle sue iris, di lucenti occhi privi di vista della vecchia sibilla.
Il vero nome della sibilla besagnina è Gianchetta Dellacasa, cognome di esposizione usato dalla città di Genova per tutti i trovatelli. Gianchetta fu il nome attribuitole dalla stessa suorina che trovò il pupo lasciato sulla ruota di fronte al brefotrofio Gaslini. Erano fin da subito gli occhi di questa bambina ad attrarre l'attenzione, occhi completamente bianchi, da cui l'orfanella ottenne il proprio nome. Forse fu la disabilità della piccola a spingere i genitori ad abbandonarla, forse altri motivi, non lo sapremo mai, questa non è la loro storia, loro che della sua non fecero mai parte. Trovatella, gli infermieri e gli altri bambini la accolsero, e Gianchetta ebbe un infanzia felice lì nell'orfanotrofio. Quando entrò nella vita di quel luogo, non era più neonata, era una bambina di una manciata di anni, sebbene non si sa precisamente quanti - soltanto più tardi fu in grado di imparare la sua esatta data di nascita, perché in una visione scoprì di dovere morire a cent'anni esatti, mentre in un'altra scoprì la data prevista essere il 2033. Comunque aveva pochi anni quando si presentò lì, senza manifestare alcun segno di capacità magiche.
Lei giocava con tutti gli altri, senza manifestare alcuna difficoltà a integrarsi nelle attività in cui era ostacolata dalla sua privazione visiva. Certo non si deve pensare che fosse immersa nell'oscurità totale. Seppure non avesse mai conosciuto i colori, era in grado di percepire la luce e la sua assenza (una capacità che perse invecchiando), era insomma ipovedente. Il suo mondo, ha raccontato più volte in maturità, era un mondo abitato da un vento luminoso che la guidava a scoprire con il tatto, l'udito e con l'olfatto. Gli altri bambini erano affascinati da lei, anche quelli più grandicelli e prepotenti, i quali, sebbene ogni tanto si prendessero gioco di lei e la tormentassero, non potevano evitare un certo senso di simpatia per quella bambina che veniva sempre a cercare con le mani il volto di tutti quanti. Un'altra bambina in particolare sviluppò un'attrazione impulsiva verso Gianchetta, e la cercava sempre per farsi toccare e la guidava in quel mondo di luce fioca, curandosi di lei più che le stesse suorine. Era un mondo difficile, denso di ostacoli, ma non privo di allegria. Almeno fino all'incidente.
Spinta forse da un qualche moto d'orgoglio, forse incitata da qualche bambino forse incitata dalla sua voce interna, un giorno lasciò l'orfanotrofio e si avventurò da sola qualche strada più avanti. Tutti si misero a cercarla, le suore, i medici, i custodi (erano due, uno per il giorno, uno per la notte), e persino i bambini, tutti la cercavano e la chiamavano, ma inutilmente. Gianchetta!, Gianchetta!, tutti la cercavano e la chiamavano, ma inutilmente. Prima cercarono e chiamarono in ogni stanza dell'orfanotrofio, poi nell'ospedale attiguo, e quindi allargarono le ricerche nel mondo di fuori, fino a che una suono più acuto delle loro voci li costrinse a interrompersi. Era l'allarme dei bombardamenti. Tutti sapevano come comportarsi, ma l'angoscia di quella piccoletta persa, rese l'attesa nel rifugio più pesante per tutti quanti. E, quando, finito l'allarme, risalirono, Gianchetta era lì, come se nulla fosse successo. In quel momento, tutti tirarono un sospiro di sollievo. La bambina venne sgridata e castigata, ma, vedendo la bimba soltanto leggermente ferita, nessuno si curò molto dell'episodio. Fu l'altra bambina ad accorgersi che qualcosa non andava. Un giorno disse alla suora che Gianchetta lamentava sempre un fischio in testa, che lei sentiva ma che non c'era per davvero, costante e acuto. Quell'acufene era l'effetto di una bomba che le era caduto tanto vicino da danneggiarle l'apparato uditivo. Quel fischio durò un mese abbondante andando ad aumentare sempre più fino a che fu l'ultima cosa che la povera sentì per tutta la sua vita: la ceca divenne sorda. L'altra bambina più di tutti rimase impressionata da questo, tanto che si sentì colpevole di questa nuova disabilità, come se fosse stata colpa sua se la piccola Gianchetta si fosse avventurata di fuori. Decise di rimanerle sempre attaccato. Era Sofia, Sofia Dellacasa, la sorella putativa che non più la abbandonò fino alla fine della sua vita. E le due non ci fu più verso di separarle, con pianti e grida rimanevano abbracciate, tanto che le suore dovettero spedire anche Sofia all'Istituto Assarotti, dove la piccola avrebbe imparato a comunicare con il mondo senza più l'ausilio di vista e voce.
Quindi andarono entrambe le bambine. Sofia, era di qualche anno più piccola di Gianchetta (o almeno sembrava), e le rimaneva sempre accanto tenendole la mano. E senza dubbio fu proprio lei a salvarla. Piano piano la piccola e ceca e sorda guarì dalla paura di questa nuova affezione, e uscì dal guscio in cui immediatamente si era chiusa per proteggersi da quel mondo all'improvviso zittitosi. Per mesi e mesi rimase convinta che il mondo tutto avesse deciso di farle uno scherzo antipatico e smettere di parlarle, tutti quanti, le suore e i bambini, le bestie e tutte le cose che le stavano intorno. Ma quella sorella così fedele le fece comprendere che non era così, e alla fine, le fece riscoprire anche il sorriso. Nell'Istituo Assarotti la piccola dovette reimparare a parlare. Insegnarono a entrambe le bambine l'alfabeto della mano, insegnarono a Sofia a parlarle con il tatto. La bambina sfiorava, toccava, pungeva la mano sinistra di Gianchetta, secondo un codice tattile che entrambe impararono. E per evitare che Gianchetta si chiudesse nel mutismo, insistettero anche nell'educazione fonica, sebbene la bambina sapesse già parlare. Portava la mano sotto al mento di Sofia e sentiva le vibrazioni di questa mentre produceva questa o quell'altra parola. Questo le servì a imparare a regolare il suono della propria voce, a urlare quando voleva urlare, a sussurrare quando voleva sussurrare, ameno in condizioni di calma e impegno. E Sofia imparò a riconoscere gli umori della sorella anche osservando i salti tonali della voce di Gianchetta, più alti o più bassi quando era preda delle emozioni o della pigrizia.
Grazie a questa amica fedele, Gianchetta ritrovò se stessa. All'istituto prendevano anche lezioni di economia domestica, dove appresero qualche piccola competenza grazie alla quale, raggiunta la maturità (o almeno sembrava), divennero indipendenti, seppure sempre in simbiosi. Svolgevano piccoli lavori di sartoria, rattoppando vestiti, rivoltando giacche e cappotti. Gianchetta si dimostrò particolarmente brava a lavorare ai ferri. Senza la vista, seguiva con la mano le asole intorno al ferro, oppure tastava il filo attorcigliato e appeso all'uncinetto, e lavorava senza sbagliare un punto. Così crebbero, e attraversarono la pubertà diventando donne. Gianchetta fiorì di una bellezza fiera, con i capelli neri come la notte e ricci e folti come la maga Circe. La pelle era olivastra, probabilmente eredità di un antenato di etnia araba. Era alta e teneva sempre la schiena dritta e il passo sicuro. Nonostante non ci vedesse, soltanto raramente usava il bastone (anche perché c'era sempre Sofia al suo fianco). Quella ragazza camminava lo stesso superba, quasi arrogante, non era affatto bloccata dalla paura di un ostacolo che non potesse percepire. Si muoveva sicura, e nessuno riuscì mai a ricordarsi di averla mai vista inciampare e cadere, e tutti si convinsero che in qualche modo riuscisse a percepire dove mettere il piede. Ma ancora più di tutto colpivano quei freddi occhi morti, bianco avorio, imprevedibili e sgraziati ma ugualmente penetranti. Quando parlava gli occhi si muovevano per un circuito tutto loro, ma quando, forse per caso, puntavano chi gli stava di fronte, anche se per poco, era impressionante. E va detto che neanche Sofia era brutta, seppure non possedeva l'attrattiva erotica della sorella, anche lei possedeva la sua grazia. I piedi e le gambe erano robusti, ben torniti, le anche, la vita e il seno erano saturi di vita, e aveva sempre un sorriso disegnato da due labbra carnose. Gli occhi erano d'ambra e i capelli ramati come l'autunno. Conobbero la propria bellezza e così la riconobbero nell'altra.
Avevano imparato le vie del mondo il necessario per riuscire a godere l'una della compagnia dell'altra, tanto che il loro mondo si restrinse alla coppia, che erano loro due, e agli scambi necessari alla sopravvivenza di loro due, che erano una cosa sola. Fu il mondo stesso a intrudersi in quella loro vita in cui progettavano di bastare a se stesse. L'attenzione che Gianchetta attraeva per la sua bellezza aliena si spostò su quanto la giovane donna cominciava a dire. Parlava come se vedesse e sentisse, e se non vedeva e non sentiva quello che aveva davanti, tutti si convinsero che fosse perché vedeva e sentiva altro, altro di più profondo e più vero. Dalla sua bocca uscivano sempre dei discorsi di difficile comprensione, con parole aliene. A stupire tutti fu prima di tutto che Gianchetta cominciò a parlare in italiano. Ma non soltanto, di ora in quando cominciò a utilizzare ora una ora l'altra parola straniera, molte erano parole che cominciavano a circolare in quegli anni, parole inglesi che gli usamericani avevano portato con l'esercito, che in tanti conoscevano come lei, ma altre erano parole stranissime, che soltanto qualche marinaio riconosceva come parole della propria lingua, ma che nessuno riusciva a comprendere come lei le conoscesse. Erano parole di lingue mediterranee, ora spagnolo, ora francese e portoghese, e a volte qualcuno le riconosceva, ma ora arabo ed ebraico, e iugoslavo e turco e greco e altre lingue che pochissimi sapevano riconoscere.
Era impazzita? Molti erano convinti di sì. Ma lei sembrava comunque avesse il controllo, perché parlava e si faceva intendere. Sofia, lei non lamentò mai nessun problema, a volte faceva d'interprete, se non del messaggio (che nemmeno lei riusciva a intendere), delle intenzioni (che mai mancarono di sfuggirgli). Si è ipotizzato da esperti la manifestazione di un danno latente alla zona frontale sinistra del cervello, l'area detta di Broca, per la quale aveva perso la competenza di selezione del codice linguistico, assorbendo e appropriandosi inconsciamente delle lingue parlate da molti tra navigatori e camalli che passavano e passano per la città.
Questa coppia di donne attirava su di sé l'attenzione crescente dei cittadini. Le vedevano camminare, la prima avanti ceca, ma con il passo sicuro, la seconda tenendole la mano e direzionandola da dietro come il timone di una barca. Quando doveva comunicarle qualche messaggio, le sue dita correvano lungo il dorso della mano sinistra, dalle unghie al polso, velocemente, come se stesse battendo a macchina il messaggio. Piano piano, Gianchina si fece conoscere per un altro tipo di vista. Senza fumi, né tarocchi, senza interiora o voli d'uccello, si cominciò a pensare che la donna sapesse vedere il futuro. Mentre camminava in un giorno qualunque la si poteva sentire dire con tono piano e inespressivo cose come: «Proceda dritto, e a terceira à esquerda», e soltanto dopo un passante le chiedeva un indirizzo. E, da dove si trovavano. la via che cercava era esattamente la terza a sinistra. Le prime volte che accadde Sofia non sembrò affatto sorpresa, ma fatti del genere si verificarono sempre più regolarmente, tanto che altri cominciarono ad accorgersene. Presto, tutti cominciarono a cercarla per porle domande.
«Mi hanno preso come postino, ma mi mandano al Sud. Devo accettarlo?»
«Se accetterai il lavoro, nunca volverás de Calabria»
«Come? Non capisco».
«Una sola domanda a testa», diceva allora Sofia, che gestiva la fila dei supplici.
«Ma non mi ha detto niente! Vaffanculo!»
«Ta gueule, espèce de connard».
Ma niente, non importava se ogni tanto c'era qualche deluso, bastava che uno solo ne lodasse le doti profetiche, e sempre più gente cercava di ottenere un parere, una sentenza, una fattura, un rimedio da quella che tutti cominciarono a conoscere come la sibilla besagnina. Andarono a stabilirsi nell'edicola della piazza di Molassana dove le abbiamo incontrate all'inizio. Una volta che il supplice poneva la sua richiesta, entrambe si chiudevano nella baracchetta e allora si sentivano urla e gemiti. Quindi, entrambe uscivano, con il fiato corto, il viso arrossato, e la sibilla pronunciava il vaticinio. La chiesa, che, si sa, fatica a tollerare questo tipo di fantasie, mandò più volte un nunzio a dimostrare la pravità delle donne, sollecitarono più e più volte la buoncostume a irrompere nella casetta e arrestare le donne. Ma, nonostante furono molti i preti a presentarsi per liberare la strega dalla possessione demoniaca come fece la Santa Giustina con il mago Cipriano, nessuno riuscì mai nell'intento. In un modo o nell'altro, le donne cadevano sempre in piedi, forti anche da un certo culto popolare che le sosteneva. La sibilla conosceva sempre quella o quell'altra parola che faceva rinunciare lo sfidante; quale tecnica usasse, cosa dicesse, non fu mai rivelato, gli stessi sconfitti si rifiutarono sempre di rivelarlo. Per quanto riguarda la polizia, ogni volta che un gruppo si presentava, le donne non si facevano trovare, forse avvertite da un informatore, forse la profetessa stessa si informava secondo le sue proprie vie. Senza contare che spesso molti dei poliziotti, quando non in servizio, si presentavano per una consulta oracolare.
In questo modo, piano piano, la sibilla rimase in quella piazza dove l'abbiamo trovata all'inizio. A filare una calza dopo l'altra insieme alla sorella Sofia. Smisero di compiere lavoretti di sartoria, campando per tutta la vita (si dice) della vincita di un azzardo che la sibilla si era predetta per sé stessa - inutile dire che molti erano coloro che la interrogavano per vincere a lotti, scommesse e azzardi vari, ma inutilmente, e anche chi, tra i più perseveranti, si mise a studiare più lingue possibili per essere in grado di comprendere il vaticinio, venivano sempre sorpreso con una lingua irriconoscibile (più il tempo passava e più si allargavano le lingue che la sibilla era in grado di esibire).
Così le due donne continuarono. Alla fine degli anni '90, la sibilla si autopredisse la propria morte, come abbiamo già anticipato. Sembra che avesse previsto anche la data della compagna, un giorno in cui si chiuse in casa e si rifiutò di parlare con chiunque (l'unico giorno che successe), ma non volle rivelare alla compagna la sua data. Quando questo successe, sparì anche la sibilla. E nessuno la rivide mai più. Era il 2016.
parola di etrA Lalonza