Biagio Centurelli-Bracione [1880-1943]
Biagio Centurelli-Bracione morì in odore di Santità, venne proclamato servo di Dio nel cinquantuno da Papa Pio XII, beato nell'ottantanove da Giovanni Paolo II, e infine santo nel duemilanove da Benedetto XVI.
La vocazione di Biagio avvenne mentre era soldato, durante la guerra del quindicidiciotto, di stanza sul Carso, nelle trincee presso Monfalcone. Prima di allora, come molti, era cattolico perché si era cattolici, ma non se ne faceva un interesse particolare. Era stato battezzato, certo, e aveva ricevuto comunione e cresima, per poi sposarsi con Costanza Amata [1891-1988] sempre nella stessa Chiesa, San Michele Arcangelo a Montesignano. Pochi mesi dopo l'ingresso dell'Italia in guerra era stato coscritto lasciando la moglie gravida di non sapeva quanti mesi (non se ne importava più di troppo).
Che sia una legge della provvidenza, o soltanto una predilezione, prima che venisse scelto Biagio era, tra gli uomini, dei più dissoluti. In Chiesa ci andava nelle feste, ma non si confessava, e volentieri bestemmiava e se la prendeva con i preti. Non era un violento, non era malvagio, ma certo non si può dire provasse grande amore per la sua Costanza, né per chiunque altro al di fuori di lui. Prima della guerra passava la giornata in bottega (era, come suo padre, bottaio, uno degli ultimi), la sera all'osteria e poi rientrava a casa ubriaco e puzzolente. Sapeva leggere e scrivere, ma leggeva e scriveva solo ciò che serviva per il lavoro, e controvoglia. Faceva di conto e parlava dialetto, se necessario lo toscanizzava il giusto da non passare troppo da ignorante. Non si può certo negare che Biagio fosse una persona onesta, ma, come sono gli onesti quando lo sono per carattere e non per esperienza, era molto egoista.
Biagio insomma beveva, bestemmiava e, quando non trattava male sua moglie, se ne disinteressava. Niente di particolarmente eccezionale, quindi, ma non saremmo qui a parlare di lui se fosse rimasto questo. Gettato nelle trincee, rimase sconvolto da un mondo che non sapeva essere feroce, un mondo che lo strappò a quella grassa consuetudine in cui sperava di ripararsi fino alla vecchiaia. Bastò il primo colpo sparato in aria, quando ancora non sapeva distinguere tra quelli che vengono verso di noi, e quelli che vanno verso di loro (e quindi pensò prudente ritenerlo uno di quelli che vengono verso di noi, e si abbassò), perché tutta la sua boria di buon lavoratore e buon marito e buon cristiano scomparve. Si perdette. Si fece basso basso, zitto zitto, nell'illusione che da vigliacco avrebbe avuto più speranze di salvarsi. E per un poco funzionò, ma, e che dai e che dai, a forza di ritrarsi ogni volta che i superiori chiamavano per un volontario, venne la buona volta che i fedeli compagni di trincea lo scelsero come volontario per rendere lustro alla patria. Lui che della patria non se ne poteva importare meno.
E quindi, ahilui, partì. Bisognava raggiungere la prima linea e avvisare l'avanguardia che la tradotta aveva ritardo, il cambio non sarebbe arrivato prima di qualche giorno e bisognava resistere. Certo, un'azione che si sarebbe potuto risolvere con telefono o telegrafo, ma forse in quel momento non c'erano comunicazioni tra le linee, o forse i superiori volevano mandare qualche uomo avanti con la scusa della missione eroica. Fatto sta che partì, insieme ad altri due volontari come lui. Dei tre, il primo, un veneto, volle affidare l'anima a San Francesco, promettendo che si sarebbe fatto frate se lo avesse protetto. Purtroppo per lui, evidentemente Francesco di fratelli ne aveva già abbastanza, o forse si era spiegato male, tanto che un proiettile (uno di quelli che vengono verso di noi o uno di quelli che vanno verso di loro) lo colpì in testa portandolo a spiegarsi direttamente con il poverello di Assisi. E come lui, pure il secondo, laziale, pensò utile una protezione, ma, visto lo scarso interesse di quel santo, decise di rivolgersi alla concorrenza. Pregò San Domenico, promettendogli che si sarebbe fatto frate se lo avesse protetto. Ma San Domenico non lo reputò abbastanza intelligente, o forse era distratto, o forse anche lui si era spiegato male, perché venne colpito all'addome poco più avanti che il veneto. Rimase lì, urlando dal dolore, ma Biagio preferì andare avanti, senza fare sapere allo straniero che ce ne era rimasto uno. Pensò che quei due sciocchi non avevano invocato le autorità giuste, e decise di rivolgersi direttamente a Gesù Cristo, promettendo che, se lo avesse protetto, sarebbe stato un po' più buono (lì per lì non se la sentì di riflettere troppo su cosa mettere sul piatto).
Cosa successe dopo, se riuscì a portare a termine la missione o meno, non è molto chiaro, fatto sta che si risvegliò in ospedale, con soltanto una lieve ferita alla gamba, per sua fortuna abbastanza grave da essere congedato, ma non abbastanza da perderla. Fu preso allora dai sensi di colpa per la sua vita passata e, pensando alla promessa, mandò subito a chiamare il cappellano per farsi confessare. Per coincidenza (o forse per progetto), il cappellano era quasi un compaesano, era Don Gio Batta, un giovane sacerdote, appena ordinato, nato a Struppa, nella riva opposta del torrente Bisagno, opposto alla collina di Montesignano. Confessato e pentito, venne assolto e mondato. Quindi raccontò al cappellano della promessa a Cristo, chiedendogli guida, e lui, preso alla sprovvista ma desideroso di aiutare la pecorella smarrita, prese il Vangelo e aprì a caso. Era Matteo, e lesse: E la mattina, ritornando nella città, ebbe fame (chi ebbe fame? - ma lui no‽, DominIddio! - Ah, non sapevo anche lui avesse fame). E, veggendo un fico in sulla strada, andò ad esso: ma non vi trovò nulla, se non delle foglie. Ed egli gli disse, Giammai piu in eterno non nasca frutto alcuno da te. E subito il fico si seccò. Ed i discepoli, veduto ciò, sì maravigliarono: dicendo, Come s'è di subito seccato il fico? E Gesù, rispondendo, disse loro, lo vi dico in verità, che, se avete fede, e non dubitate, non sol farete la cosa del fico; ma ancora, se dite a questo monte, Togliti di là, e gittati nel mare, sarà fatto.
Come‽ Smuovere i monti‽ Padre (eppure com'era strano chiamare 'padre' quel ragazzotto!), come posso farlo‽ Certo un pastore più scafato avrebbe saputo affrontare lo stupore di Biagio, ma quel giovanotto, vedendosi di fronte un'incomprensione così avida di risposte, non seppe che confidarlo alla preghiera, seguendo il consigli di Paolo di non smettere mai d'orare. E non lo avesse detto mai! Non smettere mai‽ Di... (si fece spiegare cosa 'orare' volesse dire) di pregare‽ Come faccio‽, padre, come faccio‽ Il poveretto si limitò a ripetere l'esortazione promettendogli che le risposte sarebbero arrivate attraverso la fede e la preghiera, e subito se la filò. Per tutta la notte Biagio rimase in uno stato di delirante dormiveglia, se vegliava farneticava di montagne mobili, se dormiva sognava litanie interminabili, e viceversa. Passò la notte e venne il giorno, e Biagio prese una decisione.
A volte certe scelte, non importa quanto importanti e di quali conseguenze, vengono fatte con riflessione e serenità d'animo, altre volte vengono prese d'istint0 e passione, e non per forza le une sono più giuste che le altre. Biagio decise che anche lui non avrebbe mai smesso di pregare, mai. Tornò a casa, non salutò la moglie, non salutò il figlio (che nel frattempo era nato). Si tolse l'uniforme. Uscì e non rientrò mai più in quella casa.
Cosa sia successo nei quattro anni in cui non si fece più vedere, nessuno lo sa. Di solito, l'apprendistato di santi e profeti si verifica lontano dalle città, dove il baccano del peccatore interferisce sulla beata formazione degli eletti. E, quando nessuno pensava più a lui, una mattina i genovesi trovarono in piazza Colombo un pazzo che si era arrampicato nottetempo sulla statua del navigatore. Era Biagio. Per chi non lo sapesse, quella piazza ha forma ottagonale, quattro palazzi ne occupano i lati maggiori, mentre i minori, le strade di accesso alla piazza, dove, in cima a un abbeveratoio a cui arrivavano i camalli dal porto, era stata eretta una colonna dedicata dalla città al suo più illustre figlio. Ma quel giorno Colombo non era solo, sulla sua schiena c'era il nostro aggrappato alla sua schiena. Era sporco, aveva i capelli ingrigiti, come se fosse invecchiato più in fretta. Parlava tra sé, biascicando ininterrottamente una litania: nel nominel padre del figliolo dello spirito santo, nel nome del padre del figlio lo spirito santo, 'l nomine padre del figlio dello spirito santo nel nomine patri et fili et spiriti santo nel nome...
Quale comandamento avesse ricevuto dal cielo per decidere di farsi un santo sulla colonna, nessuno lo sa. Se la scelta di quella colonna avesse un significato mistico, a lungo si è dibattuto, ma in vano. Quel giorno, nessuno si preoccupò di questo. Ma inutili furono i tentativi di farlo scendere, tra chi aveva affari da quelle parti, e le autorità, che furono presto avvisate, nessuno si dimostrò più saldo negli intenti che quel vecchio pazzo in groppa a Colombo. E lui continuava, continuava a invocare la trinità, con concentrazione massima, seppure con scarsa cura prosodica. Alla fine passò qualcuno che riuscì a riconoscerlo, e mandò a chiamare la moglie, ma nemmeno lei, arrivata, riuscì a farlo scendere. Ottenne soltanto di far interrompere a Biagio la sua litania, poiché cominciò a ululare e a berciare per mandare via quel diavolo tentatore. E subito riprese. Alla fine tutti si arresero. Riuscì a rimanere aggrappato per giorni e giorni, chissà con quali forze.
Dopo una settimana, si decise per il compromesso. Non si poteva accettare che quel vecchio strambo rimanesse così in camalletta al navigatore, e per questo venne eretta un'altra colonna da cui potesse pregare quanto volesse, che poi si sa mai che quello è davvero un santo e manda qualche fattura dal cielo come si sente in chiesa. Mi correggo, non proprio una colonna, venne inchiodato un ripiano su uno dei palazzi che davano sulla piazza, nella speranza che quel vecchio rincoglionito accettasse la nuova sistemazione. E, inaspettatamente, la accettò, il giorno dopo fu trovato seduto su quel nuovo ripiano. Non più sulla colonna, Biagio era il santo sulla mensola. Si sistemò lì sopra, aveva una gerla attaccata a una corda per l'acqua, e una cesta per il cibo necessario a sopravvivere, mentre per espellere ciò che si deve, con gran rammarico degli sfortunati che passavano di sotto al momento sbagliato, quando il momento arrivava si arrangiava dal bordo, senza accettare vasi, catini o rimedi di sorta.
E continuava e continuava la sua preghiera, nelnomedelpadredelfigliolodellospiritosanto e nelnome del padre e delfigliospiritosanto nome del padredel figliolo e nello spirito santo..., cercava di evocare la santissima trinità in quella piccola piazza genovese. E rimase lì, con il suo incantesimo, quasi immobile, seduto con i piedi a cavalcioni, le mani sulle ginocchia, come uno scolaretto seduto in banco, troppo basso perché i piedi tocchino a terra. Persino i piccioni residenti nella piazza si abituarono a lui, tanto da convincersi che il tale non era diverso da quell'altro tutto bianco, e pertanto non vedevano motivo per comportarsi diversamente. Quanto a Biagio, quando si vide accolto da questi animali, non ebbe dubbi, questi erano la manifestazione terrena dello Spirito del Signore, il quale, si sa, è un appassionato ornitologo e quando si mostra assume le lievi fattezze di quegli animali che più di tutti sanno raggiungere le altezze. Se un tempo si manifestava e si manifestavano in colombe, era evidente che ora la Santissima Trinità si era adeguata e si erano adeguate ai tempi moderni, scegliendo i piccioni già in loco.
I genovesi sono gente dura da convincere, e lungamente continuarono a non ritenerlo altro che un povero pazzo, eppure la testardaggine del santo ebbe la meglio e per anni rimase lì, nella speranza che quella sua litania continua diventasse l'incantesimo promesso in grado di smuovere le montagne con la fede. Per quale motivo poi volesse spostare le montagne, mai fu chiarito. Così per anni rimase lì, arrivò il Ventennio, e al federale di Genova non dispiacque di potersi vantare di avere santo e navigatore insieme nella stessa piazza. Ma purtroppo, anche i migliori tra di noi sono tentati, e anche loro possono cadere.
Il nemico peggiore del santo erano i bambini, che sempre si dimostravano i più lontani dall'illuminazione estatica della santa atarassia. Spesso a branchi ridevano e urlavano cattiverie e sconcezze e lo pigliavano per il culo e gli lanciavano sassi per farlo cadere. Loro tutti erano il demonio, che si era preso a missione di ostacolarlo quel santissimo operatore di fede. Un giorno, era il ventotto aprile millenovecentoquarantatre, si sentiva particolarmente sovreccitato, forse per una febbre che lo affaticava in quei giorni, era ormai vecchio, era lì da vent'anni, così tanto che era arrivata un'altra guerra. E la guerra, che anticamente lo aveva portato alla sua seconda nascita, ora lo distraeva con i ricordi di chi era prima e dalla angosciosa paura di essersi messo sul cammino sbagliato. E infatti era distratto quando un altro branco di bambocci venne sotto la sua mensola a cercare di farlo cadere. Per la prima volta perse la pazienza. Cominciò a urlare di rimando ai monelli, i quali, spaventati per questa novità, scomparirono immediatamente. Ma nemmeno si accorse che i tentatori erano scomparsi e continuò a invocare aiuto a chi era più in alto di lui, addirittura a esigere soddisfazione dopo anni di fedele servizio. Invocò, come il profeta Elia a suo tempo, un orso vendicatore che giungesse a sbranare quei piccoli pestiferi, certo giusta retribuzione all'umiliazione dell'eletto. Eppure in quei giorni in città di orsi se ne trovavano davvero pochi, e nessuno disponibile a farsi strumento della giustizia divina. Invece, ciò che successe fu che perse l'equilibrio, scivolò giù e si ruppe il collo.
Così morì Biagio Centurelli-Bracione, prima lo scemo del paese, quindi il grande santo, che tutti subito stimarono come il proprio personale protettore. Rimase soggetto di culto popolare, fino a provocare un certo disappunto da parte degli accoliti più esigenti, i quali pretendevano con impazienza una manciata di miracoli affinché si manifestasse la santità anche agli occhi dei lenti alla fede. Eppure lui, niente. Nell'ammirazione estatica della perfetta unità e indipendenza trinitaria, si dimenticò di ritornare in terra tra chi sempre lo aveva venerato da sotto la mensola. Quando uno è santo ha anche dei doveri. Ma questo non fermò la brava gente, e che dai e che dai, riuscì a far aprire la pratica al Dicastero delle Cause, tanto che venne dichiarato Servo di Dio nel cinquantuno da Papa Pio XII, Beato nell'ottantanove da Giovanni Paolo II, e infine Santo nel duemilanove da Benedetto XVI.
parola di Lucignolo Stilità