I.
no, e non ne voglio più parlare», ed effettivamente non ne parlò più.Â
Passato allora qualche minuto di silenzio, forse in colpa per la risposta secca, disse alla persona che lo accompagnava: «andiamo, che facciamo tardi». L’altra, che di lui era la madre, lesse delle scuse nelle sue parole e strinse la mano dell’altro, che di lei era il figlio. Era un uomo adulto, eppure camminava tenendo la madre per mano, perché era alto, davvero molto alto, troppo alto da poterle offrire il braccio. Ecco quindi due persone che affrettano il passo per non ritardare lungo via Bobbio, a lato del torrente Bisagno; delle due, l'uno alto, davvero molto alto, cammina a passo strascicato portando al braccio un libro (il cui titolo, da dove siamo, ancora non si riesce a leggere) e accompagnando la madre appesa alla mano destra. Lei era leggermente più avanti, come a guidarlo. La madre poi, lei non era certo così vecchia da non riuscire a reggersi con le proprie forze, ma riteneva fosse suo precipuo dovere di vedova inconsolabile di farsi più vecchia e più triste di quanto in realtà non fosse, perciò bassa bassa, passo passo conduceva il figlio alto, davvero molto alto, come una brava vecchierella timorosa di Dio e tutta rincoglionita dal lutto. Certo è davvero un brutto gesto da parte dei protagonisti della nostra storia trattare di un assunto assolutamente alieno alla nostra storia, e che, proprio per questo, a me narratore non è stato concesso riportare, né dato conoscere – soltanto l’Autore (che i suoi libri siano sempre in ristampa) lo sa. Purtroppo, uno non si sceglie i propri personaggi, e io non potrò che esortare il Signor Lettore a trascurare questa prima prova di inesperienza narrativa e andare avanti, chiudendo un occhio sulla maniera così scomposta con cui in nostri personaggi si sono introdotti.
Ai piedi della scalinata Montaldo c'era un’altra coppia ad attenderli, seppure i nostri non li avessero ancora visti. Erano un uomo e una donna, questa volta di pari statura, entrambi leggermente ripiegati dall’età . Prima ancora di riconoscerli, lui si accorse distrattamente che entrambe le sagome di quelle due figure delineavano un rettangolo che andava leggermente ad allargarsi fino a terra: entrambi portavano la sottana. Questo gli fece già intuire di chi si trattasse, erano don Gio Batta e donna Adelia, la sua perpetua. Don Gio Batta e donna Adelia erano parroco e perpetua di Montesignano, il primo dosso della collina sulla riva sinistra del torrente. Don Gio Batta e donna Adelia curavano insieme la modesta Chiesa di via Mogadiscio, dedicata e protetta dall’esuberante Arcangelo Michele, splendente galletto dalla spada infuocata. Quasi fin dall’inizio del secolo, don Gio Batta era stato assegnato a quella parrocchia e il buon prete da subito aveva pensato di ottemperare meglio al proprio gregge se sostenuto dalla sua cara donna Adelia. Da quando era tornato dalla guerra (la prima), erano sempre insieme. Lui, tutto nero, ancora abituato a indossare la berretta nera con fiocco, che cominciava a essere abbandonata; lei, vestita austera con qualche costume raccattato chissà dove tra i lasciti alla parrocchia, l'unico lusso che si concedeva era quello del colore, che tendeva a seguire il calendario liturgico. La si vide quindi vestita di bianco pasquale – certo non un bianco immacolato, ma un bianco liso, tendente al crema o piuttosto tendente al grigio causa usura. Se nei primi anni di servizio questa unione avesse causato qualche parolina meschina da parte del pio gregge in loro custodia, nulla ne era rimasto tra gli annali della parrocchia, poiché i parrocchiani erano arrivati via via ad accettarli così per com’erano, se non altro, perché li si riteneva entrambi troppo noiosi per soddisfare il loro famelico desiderio di chiacchiera.
In breve i due raggiunsero i due, e i quattro cominciarono a salire le scale. «Buongiorno Padre», «Buongiorno donna Adelia», «Buongiorno a voi» e convenevoli di rito che risparmierò al Signor Lettore sicuramente non interessato. E mentre i nostri si scambiano qualche parola, ne approfitterò per introdurre finalmente al lettore a quello che sta succedendo, di modo da dargli finalmente il benvenuto che mi è stato interdetto dalla goffaggine dei miei personaggi. La prima coppia che abbiamo già conosciuto erano la vedova Costanza Amata in Centurelli-Bracione e Umberto Centurelli-Bracione, entrambi noti in città per essere moglie e figlio di quello che loro chiamavano, non senza ironia, il 'Pio Antenato', che per tutti gli altri era stato il 'Santo sulla mensola' di Genova, Biagio Centurelli-Bracione. Molto ci sarebbe da dire su questo personaggio singolare, ma questo non è il suo romanzo, e perciò trascureremo la sua materia, se non per dire che quest'uomo, verso la quale i nostri nutrivano un certo rancore, era stimato grande santo da parte del buon popolo della Val Bisagno. Nel giorno in cui lei, Lettore, ha cominciato a interessarsi alla nostra storia, ricorreva proprio il triste anniversario della dipartita del santo (e non posso che congratularmi con lei per essersi presentato proprio al momento giusto), motivo per il quale i nostri erano diretti, seppur controvoglia (pensando essere più facile partecipare, piuttosto che assentarsi e sottoporsi alle chiacchiere), a un rosario in suffragio. Rosario che sarebbe stato guidato da don Gio Batta, che era personalmente legato e al santo e alla famiglia di lui. La santissima litania del rosario andava a svolgersi nella Basilica di Santa Maria Immacolata, in via Assarotti, motivo per cui abbiamo incontrato i nostri proprio al momento di abbandonare il torrente Bisagno per salire verso Manin, lungo scalinata Montaldo. Io capisco che lei, Signor Lettore, caso non sia di quella città , potrebbe trovare difficile seguire i fatti del mio racconto, ma, mi capisca, quando si fanno i romanzi bisogna essere precisi, e io non posso dire 'vanno lì', 'passando per lì e lì', senza cascare nelle ire dell'Autore (che ai suoi sostantivi si accompagnino sempre i giusti aggettivi), che a queste cose ci tiene e continua a ispirarmi queste minuzie topografiche come se avessimo sempre il Tuttocittà sott'occhio. Ma insomma, lei faccia un po' come le pare, e se vuole si immagini le strade che preferisce piuttosto che i miei lì, lì e lì.Â
Se i nomi delle strade soltanto le dicono poco, molto avrebbe invece potuto osservare dal loro paesaggio: i muri dei palazzi che si affacciavano lungo il torrente, così come la scalinata che saliva con una forte pendenza, mostravano le cicatrici di cinque anni di guerra, metà passati nel regno, metà nella repubblica. Anche quella parte della città che non era stata colpita dai bombardamenti mostrava il dolore e la fame quando si fanno abitudine, il corpo secco di una stanchezza alienante e spenta. Giudichi un po' lei, Signor Lettore, si guardi intorno. Le persiane dei palazzi erano chiuse, la gente camminava per strada e chiacchierava con un'allegria simulata, ma gli occhi erano tesi. Lei, i nostri quattro, tutti quanti sapevano che qualcos'altro sarebbe dovuto succedere, perché qualcosa era appena successo. Da pochi giorni i tedeschi avevano firmato la resa a villa Migone e si erano ritirati dalla città . E oggi la forza dell'euforia della liberazione andava a esaurirsi, d'altronde, già una volta la guerra era finita, e poi era continuata di nuovo, come se niente fosse. Fra molti s'insinuò l'angoscia che questo si sarebbe rivelato un secondo armistizio. Per questo, dopo tre giorni di sfrenata gioia, ci si cominciava a guardare intorno: si era usciti da un inferno, ma ancora non si vedeva la luce della volta stellata. Questa era la rapida salita su cui si trovavano i nostri personaggi; e loro cominciarono a salire, seppur senza la promessa della salvezza.Â
Ma ci siamo attardati troppo, mentre parlavamo i nostri hanno già cominciato a salire su per la costa dell'alto monte. Per non perderli di vista sono costretto a spingerla, Signor Lettore, e a portarla di fronte ai nostri. E proprio Lei in quel momento disse a loro: «Buongiorno, piacere di conoscervi, io sono il Lettore», si presentò, seppur senza guardarli negli occhi. «Buongiorno – rispose la madre, che, senza conoscerla personalmente, l’aveva comunque riconosciuta –, mi presento, sono Costanza Amata, vedova Centurelli-Bracione, e questo qui è mio figlio, Umberto Centurelli-Bracione – il figlio fece un cenno –. Vuole sapere altro?» «Sì, – lei disse (ma sono certo che ricorda bene) – per cortesia, dove siamo e cosa sta succedendo?» «Quello che vede lì è il Ferraris, e qui c’è la scalinata Montaldo, ovviamente, mentre questa dove ci troviamo è via Bobbio«va bene, va bene – interruppe –, ma a me questi posti non dicono nulla«abbia pazienza, non le ho ancora detto che siamo a Genova. Vede?, lassù c’è Manin, da dove parte la nuova stazione (nuova per noi, ovviamente). Da lì prenderemo via Assarotti, dove c’è la chiesa. Sa, è lì che andiamo». «Perché? E che giorno è oggi?», lei chiese, sempre tenendo lo sguardo fisso oltre le spalle dei suoi interlocutori, guardando la Val Bisagno che le stava di fronte. «Quante domande!, si vede che è un lettore sa?!, sempre a fare domande sui nostri affari. Allora, intanto oggi è il ventotto aprile, l’anno è il quarantacinque«ah!, oggi muore il Duce!», «ah, sì?!, oggi?», «oggi. Ventottaprilemillenovecentoequarantaecinque – ripeté la data che aveva studiato a scuola –, a dire il vero, non so se è ancora morto, che ore sono?», «le noveemezza del mattino», «allora muore oggi pomeriggio, nel milanese«mica lo sapevo io!, Umberto oggi muore il Duce», «ah – rispose Umberto, guardando per terra –, bene«bene! – riprese la madre – quante cose succedono in questi giorni, prima i tedeschi che vanno, poi gli usamericani che vengono. Forse che questa volta la guerra finisce per davvero!», «forse», fece eco il figlio. «Sì, ma queste cose io le so già – certo che quel giorno era davvero impaziente, signor Lettore –, cosa state facendo adesso, perché mi avete trascinato qui?», «chi la trascina?, io non trascino nessuno, Umberto, tu trascini?», «non trascino«nessuno trascina. Comunque stiamo andando al rosario in suffragio del Pio Antenato, sa, il fu mio marito Biagio, che è morto esattamente due anni fa. Certo lui non lo sapeva che sarebbe morto in un giorno importante. Dicono che ci sarà anche l'assistente di Siri – disse la vedova, senza particolare entusiasmo –, ci saranno tutti, tuttitutti dico. Dicono che se vengono proprio tuttitutti il santo manderà il miracolo. Lo aspettano tutti, e da tanto». Soddisfatto, fece come per separarvi, ma all'improvviso aggiunse: «Ah!, un momento! Come siete?, non ho ancora letto alcuna descrizione». «Sicuro!, allora, io sono alta più o meno un metro e quaranta, ho i capelli castano scuro, ma guardi!, cominciano a ingrigire!, eh, l'età ..., con la guerra ho preso a tenerli nel velo, sa, per i pidocchi... Oggi mi vede un po’ vecchia e triste, ma questo perché è il mio dovere di vedova inconsolabile, sa..., è per questo che mi sono vestita tutta di nero. E qui c’è mio figlio, che è alto, davvero molto alto – e lei allora alzò la testa – anche lui ha i capelli castani, ma stanno cominciando a cadergli ora che ha trentaquattr’anni. Io, non gliel’ho detto, di anni ne ho cinquantaquattro. Porta gli occhiali, degli occhialetti piccoli dalla montatura tonda, sempre sporchi… ma pulisciteli un po’ questi occhiali… – porse la mano per farsi dare gli occhiali, il figlio glieli diede e lei li strofinò leggermente sull'orlo del velo – oggi porta il vestito buono, sembra nuovo perché gliel’ho risvoltato da poco, con una cravatta nera e la fascia da lutto al braccio destro. In mano... cosa ti stai portanto dietro?«Niente, è solo un libro. È di Zonzerlo«Un libro! In chiesa! Guai a te se ti vedo leggerlo durante il rosario«No, ma'! Non lo leggo. È per portarlo«Va bene così, – interruppe lei, un po' annoiato da questa bega familiare – arrivederci», «arrivederci!», risposero, e loro se ne andarono e anche lei se ne andò.
Continuando sulla loro strada, salirono scalinata Montaldo, una ripida scalata che porta in cima alla collina di Manin. Lasciando ai nostri personaggi il tempo di salire, osserviamo alle spalle dei nostri protagonisti la Valle che gli dà le spalle, dove scorre il Bisagno, l’antico Feritore, guida dei viaggiatori nell’ultimo tratto della Via del Sale, dal Passo della Scoffera alla valle sotto a Marassi, dove il fiume incontra il suo ultimo affluente, il Ferreggiano, prima di nascondersi sotto a una copertura costruita da pochi anni (da pochi anni per loro, non per lei, immagino). Seguiamoli passo passo, mentre salgono le scale, salendo i primi scalini, si alza la vista oltre gli alberi piantati lungo via Bobbio, sull’altra riva, il carcere e lo stadio; saliamo, cominciamo a vedere oltre le due costruzioni, se ci girassimo, salendo, troveremmo, a sinistra l’ansa del Bisagno che volge verso Piacenza, e di costa la lunga via del Piano, a destra, accanto lo stadio, c’è la sede della milizia, e, continuando, l’incontro tra i torrenti, dove si lancia quello che fino all’anno scorso era ponte Regina Margherita, oggi, ponte Serra, che collega Marassi a Borgo Ponterotto; saliamo, ormai vediamo tutto il Colle della Calcinara su cui si adagia Marassi, quartiere che settant’anni fa è stato fagocitato dalla crescita feroce della città , in cima alla collina, la Torretta di Quezzi; saliamo, a sinistra vediamo il Cimitero di Staglieno, progettato dal Barabino, e infine a destra vediamo la collina della Signora del Monte. Oh!, ho forse detto si vede?, sciocchezze!, niente si vede, a Genova, finché non sali fino in cima, non vedi proprio niente. La vista è coperta dai caseggiati su entrambi i lati, che rubano la vista a tutto quanto gli stia dietro, lasciando solo uno scorcio trapezoidale che parte dallo stadio, arriva alla Torretta e poi al cielo coperto. Il resto, se lo dovrà immaginare lei. Che a lei piaccia immaginarsi le cose per come sono, o meno, sta a lei. Se vuole immaginarsi la Torretta di Quezzi, si immagini la Torretta di Quezzi così com’è, se preferisce la Torre di Babele, se la immagini pure, va bene, ecco la Torre di Babele lì, in cima a Marassi . Ma, nel frattempo, ecco i nostri arrivati in cima.
In cima i quattro videro di sfuggita passare un gatto: «allora è proprio vero che la guerra è finita!» disse la madre. «Da tempo non se ne vedevano di bestie in giro» disse il prete. «Chissà chi gliel’ha detto che la guerra è finita» disse la perpetua. «Ma non gli hanno detto che se la guerra è finita, la fame continua» disse il figlio. «Sono certa che ora andrà tutto meglio, ci sono gli americani, la repubblica è finita«la repubblica è finita», riprese la madre e ripeté il figlio. E tutti e quattro proseguirono.
parola di Egregio Gregario