Ormai guerra era stata. La guerra era stata ed erano ormai finiti i bombardamenti ed erano ormai spariti fasci, fascisti, alalà. C’era stato lo sbarco, l’armistizio e c’era stata la Repubblica e la guerra civile. Di solito è qui che le storie usano terminare, con la promessa conciliante dell'e vissero tutti felici e contenti, con cui è bene licenziare i propri personaggi; ma mentre le storie possono abbandonarsi alla vaghezza del finisterre d’un’ultima pagina, loro, per loro dico, tutto era ancora da scriversi, e per lui, per lui dico, nell’istante esatto in cui venne annunciata la fine della guerra, decise di rimuovere tutto quanto fosse ormai stato, come se stesse rinascendo in quello stesso attimo, come se la Storia, la sua e quella di tutti gli altri, ricominciasse proprio in questo primo paragrafo.
Gli avvistamenti tra le valli ai due versanti degli Appennini, "gliusa!, gliusa!", avevano già annunciato la risalita dabbasso degli usamericani; alla radio la voce fomente la rivolta di un partigiano dall'accento ligure aveva già annunciato lo sciopero generale. Eppure, tutti si ricordavano ancora di quando già una volta la guerra fosse stata lì lì per finire, due anni prima. Si diceva infatti che il Savoia e Grandi stessero preparando i patteggiamenti con gli Alleati, tanto che Maria José, memore della cara nonna Braganza a cui doveva il nome, si era rivolta al portoghese Salazar per mediare con gli alleati, fino ad allora nemici. Ma tante cose si dicevano in quel momento, e nessuno, nemmeno uno di quei grandi nomi che stropicciano il libro della Storia a proprio capriccio, aveva davvero un’idea di cosa stesse per succedere. Si dice che, ottenuto nulla dai periti di guerra, generali e professori, e rimasto insoddisfatto dalle opinioni dei preti a corte, il Savoia disperato avesse convocato un aruspice per farsi divinare l’avvenire da un fegato animale. Si dice che infatti fosse venuto, scovato chissà come, un aruspice etrusco-ciociaro con i paramenti del mestiere e tutti i trabiccoli per interrogare gli dèi superni e interpretarne il responso. Si dice inoltre che l'esito dell’epatoscopia fosse stato assolutamente verace, ma purtroppo fu reso vana dall'insuccesso degli interpreti di tradurre il responso del veggente in lingua italiana, tanto che del vaticinio, giusto o sbagliato che fosse, si dice che non se ne ricavò proprio niente e il reuccio rimase con un pugno di mosche. Deluso il Savoia da periti, preti e profeti, aveva deciso che la guerra non sarebbe affatto finita. Si limitò a convocare il Gran Consiglio, che gli granconsigliò l’arresto di Mussolini, e quindi con Badoglio implementò la real strategia di nicchiare fino a che gli eventi non si sarebbero risolti da sé. Si dice che ogni volta che qualcuno approcciava la Sua Reale Maestà con delle domande a cui non voleva più rispondere, il Re soldato si tappava entrambe le sabaude orecchie con gl’indici, chiudeva gli occhi e ritornava agli anni d’infanzia quando l'altissimo nonno lo prendeva per le braccia e lo faceva roteare a giostra cantando la bella Gigogin. E quindi la corte reale, il consiglio dei ministri e il gabinetto di guerra (o almeno quanto ne rimaneva) a forza di bella Gigogin qui e bella Gigogin là, rataplan!, continuarono a guerreggiar’, col tremille-lerillerà.
Insomma, quell'altra volta la guerra non era affatto finita. Eppure, nessuno dei grandi pensò di avvisare gli altri che stavano di sotto, tanto che tutti scesero in piazza a festeggiare l’arresto di Mussolini. Toccò poi a Badoglio di avvisare che si faceva per scherzo e che agli usamericani per il momento si pensava ancora di sparargli, almeno fino a che qualcuno non sarebbe venuta un’idea migliore. Questi temporeggiatori, quando videro gli usamericani risalire lo stivale, decisero di far su baracca e burattini e dall’Urbe andarono a svernare a Brindisi salutando con la mano, "Hello!", l’inclito esercito alleato, da quel momento amico – e questi due anni furono sicuramente fatali per la casa sabauda e per l’Italia tutta, ma per lui, per lui dico, di cavalieri e d'arme non gliene fregava un cazzo.
E dai e dai, e dai che ti ridai, la guerra era continuata per due anni, fino a quando sulla strada di Dongo era stato raggiunto e ucciso il Duce. I partigiani che lo videro passare non lo riconobbero, ma pensarono ugualmente che tanto valeva sparare a quel pelato nazista che cercava di squagliarsela (era pur sempre il Duce, maschio bramato da tutte le femmine d’Italia, che poi sai l'imbarazzo se si fosse visto salvarsi la pelle con la sottana da mondina). Fu quindi destinato a finire uncinato come un salamazzo a piazzale Loreto insieme a Petacci, Bombacci, Pavolini, Starace. Davanti al vinto Starace si aveva umiliato il corpo del Duce con colpi, insulti e, infine, il di lui corpo, un tempo maschio domatore di cavalli e di donne, era stato asperso dalla minzione di tutti i presenti, uomini e donne che vollero firmare con l’urina, ma no, cosa dico, con il piscio la frustrazione degli anni passati – eppure, di tutto questo, e del Duce vittorioso e del Duce vinto, a lui proprio non gliene fregava più un cazzo.
Certo, non che proprio proprio non gliene importasse. Aveva vissuto anche lui la guerra, ma l’aveva piuttosto subita, come inevitabile, ed era stata per lui una guerra indefinita, senza date, senza battaglie, senza generali. Era la guerra e basta. Brindava all’italico impero e salutava il Duce quando gli altri brindavano e salutavano, andava alle adunate quando si doveva andarci, e faceva sìssì con la testa quando per strada qualcuno, "quanto è bravo il nostro Duce, quanto è bello il nostro Duce", diceva. Davvero è difficile capire quanti facessero come lui, quanti come lui erano responsabili di quel ventennio, ma poco importa al momento, perché ci interessa soltanto lui. Per questo la storia di cui noi ci occupiamo, io e lei, rispettabile lettore, ha inizio proprio dalla fine, o meglio da questo nuovo inizio. Quindi non curiamocene troppo e andiamo avanti: la guerra infatti non era più.
Gli eventi si erano sviluppati da sé e lontano da lui, e a lui, come d’altronde ai più, non era restato che subirli. Come tutti, si aspettava che alla fine della guerra qualcosa sarebbe cambiato, e qualcosa stava cambiando; ma poco ci volle per realizzare come quel vecchio mondo di cui a fatica ancora ci si ricordava era anch’esso una delle tante vittime di quel conflitto. Al mondo di prima, lontano più di trent’anni, era quindi ormai impossibile fare ritorno, e adesso nessuno sembrava sapere a chi ci si dovesse ora rivolgere. E il chi e il quale avrebbe da ora dovuto reggere la cosa pubblica, nessuno ne aveva la più pallida idea. Era lo sbando, e non soltanto per l’esercito senza più esercizi, per il consiglio senza più consigli, ma per tutti quanti senza più nulla, e chi a fatica ricordava quel mondo prima del quindici e chi quel mondo non l’aveva affatto conosciuto. Sì, perché, faccia un po’ caso che a lei, signor lettore, lei che sicuramente sarà esperto di molti degli eventi e dei personaggi della storia di questo paese, della guerra, dell’ante e del posguerra, a lei dico sarà sicuramente tutto chiaro, ma a coloro a cui fu dato di vivere in quell’interregno tra il venticinque aprile e il referendum, a loro dico (e lui tra loro), ovviamente ancora era tutto un mistero.
Per questo lo ritroviamo a risalire una via qualsiasi di una città qualsiasi. Diremo quale più per puntiglio che per progetto: Genova. Risaliamo con lui via Assarotti. Qualche giorno prima nella chiesa costruita a metà della salita si erano radunati tutti a invocare un qualche santo, ma lui no, non Saro. Saro risaliva, con in mano un cartone che chiudeva a quaderno dei fogliacci volanti. Qualche giorno prima i tedeschi se ne erano andati, il Duce era morto e tutto quanto sembrava essere ormai stato. E lui saliva, saliva per il ripido monte, non perché dovesse recarsi di sopra, ma sapeva che, nel dubbio, fosse meglio salire piuttosto che scendere. E quindi saliva, saliva. Saro, mentre saliva, pensava a qualche panorama che avrebbe tracciato con il carboncino su uno dei suoi fogli, oppure pensava a qualcos'altro, non importa. Nemmeno Saro avrebbe saputo dirti, amico lettore, cosa volesse in quel momento, si era perso ormai, con la guerra anche lui era ormai stato. Sapeva di sapere disegnare, un tempo era una passione che aveva voluto coltivare tanto da iscriversi all'Accademia Ligustica. Ma con l'esercizio si era spenta la passione, e ora faceva questo giusto per non altro. Niente più.
Non era ancora arrivato in cima che Saro Casaroti, ritrattista, piuttosto bruscamente prese la decisione: "ora basta - prese finalmente la decisione - voglio essere felice, voglio essere contento".
parola di Lucignolo Stilità