- Ho sentito lo sparo. È fatto?
- È fatto.
Rispose Quezzi con lo sguardo fisso su Cicerone aspettandosi un segno di approvazione. Ma non arrivò. Anzi, lui lo guardava con ironia, come se quel diavolo sapesse già qualcosa che lui non sapeva. E non se ne sarebbe sorpreso, più volte Cicerone aveva dimostrato di riuscire a sapere le cose prima degli altri partigiani, anche quando non era direttamente coinvolto nelle azioni, del suo gruppo o di altri del CLN.
- Mi stai dicendo che è morto? Sei sicuro? L'hai visto?
- Sì, sì, il cane è morto.
Solitamente composto, cominciò a perdere la pazienza.
- Mi dici che quel cane è morto. Allora chi è appena passato qui davanti, tranquillo come se non fosse successo niente, vestito da messa con la moglie al braccio. Belli tranquilli. È vivo! Quel grassone bastardo è vivo! È più vivo di te e di me, il bastardo fa tre pasti al giorno e oggi non ne ha saltato uno. Ora dimmi, se questo cane è vivo, dimmi qual è il cane che credi morto?
- Ma come? Tu mi hai detto di uccidere il cane, dovevamo mandare un segnale!
- Ma quale segnale! Sono due anni che c'è la repubblica! È finito il tempo dei segnali! Ora si manda il messaggio e basta! Ti ho detto ammazza quel cane fascista! E invece lo vedo qui tranquillo andare alla messa per quel pazzo che è morto l'anno scorso.
- Oh, io ho fatto quello che mi hai detto. Hai detto ammazza il cane, e io ho ammazzato il cane. Ho aspettato che uscisse, mi sono intrufolato e ho sparato a quella bestiaccia.
- Al cane!
Allora Cicerone comprese l'equivoco.
Se i nazisti se ne erano appena andati, i traditori fascisti rimanevano, come se niente fosse, come se loro non avessero niente da scontare. Così Cicerone aveva preparato una serie di assassinii, da liberarsi di qualche pezzo grosso prima che fosse troppo tardi, purtroppo però, essendo i suoi uomini poco usi all'interpretazione degli ordini, al posto di uccidere il fascista cane, avevano inteso l'ordine alla lettera e ammazzato il cane fascista. Era infatti morto assassinato il mastino della famiglia Fattucci, potente famiglia di industriali, tesserati da prima della marcia su Roma, grazie alla quale si erano espansi grazie alla loro produzione di bandiere, tanto da insediarsi in breve in un lussuoso appartamento in Corso Giulio Cesare, giusto davanti alla Casa del Fascista - che, durante l'occupazione, funzionava da camera di tortura con i tedeschi, cosa d'altronde che non sembrava preoccupare troppo i Fattucci. Va detto che su questo attentato, sull'effettiva adesione della bestia all'ideologia fascista, tanto hanno discusso gli storici, difatti sembra che l'animale non fosse particolarmente interessato ai fasci littori, anzi, più volte abbia dimostrato la propria eterodossia al regime pisciando sui muri e persino i monumenti innalzati dall'inclito partito.
- Il cane!
Ripeté. La comicità dell'equivoco spense la sua rabbia. In fondo, c'era sempre tempo di sparare a un fascista, uomo o bestia che fosse.
- Seguimi.
Disse, senza aggiungere altro, e da dov'erano, sempre in corso Giulio Cesare, ma più avanti, oltre al tornante che dà verso la stazione, Quezzi e Cicerone si diressero verso il centro. I due, il lettore l'avrà capito, in quanto partigiani, non si chiamavano davvero 'Quezzi' e 'Cicerone', ma dopo anni sui monti si erano più abituati a quei nomi. Per questo al momento non ci interesserà rivelare come si chiamassero nella vita dabbasso dai monti, perché per loro quella vita non era ancora arrivata. Cicerone decise di pedinare il fascista, casomai si presentasse l'occasione di riunirlo al cane. Erano anni che Pienneeffe s'ingrassava facendo i soldi con le sue bandiere, tricolori con la casa Savoia, tricolori con il fascio, tricolori con ogni variante, così come le bandiere dei molti reparti militari, e, dalla repubblica, qualche bandiera con la croce uncinata. Come si è detto, Pier Nazario ebbe l'intuito di iscriversi al partito al momento giusto; e come gli calzava a pennell0 quel nome, Pier Nazario Fattucci, grazie alla quale si era guadagnato il soprannome di Pienneeffe, come il partito. Un soprannome che, tuttavia, da qualche giorno, da quando Meinhold si era arreso e i tedeschi aveva lasciato la città, cominciava a essere un imbarazzo. Eppure Pienneeffe non era persona da nascondersi, subito erano sparite dal vestito tutte le fascette, le spillette, le insegne fasciste, aveva staccato dal muro di casa e dalla fabbrica la foto del duce (lasciando quella del re), e andava in giro a testa alta, come cavaliere del lavor0 e grande magnate di un industria con cento uomini (per lo più donne) al suo servizio. Pienneeffe non aveva nulla di cui vergognarsi, e questo Cicerone e i suoi proprio non lo potevano accettare.
- Guardalo laggiù, che passa davanti alla stazione come se niente fosse. Maledetto, bastardo, maledetto, canaglia...
E continuò a insultare la maledetta canaglia per un po'. Una sequela di spergiuri che venne interrotta quando videro un uomo raggiungere di corsa la coppia. Loro si appiattirono a un muro, per non farsi vedere. Non riuscivano a sentire, ma non era difficile comprendere cosa gli dicessero: lo stavano informando del cane. Lui non si scompose, la moglie, fatta della stessa pasta, neppure. Eppure si fermarono, guardandosi, e, senza parlare. Tornarono indietro.
- Li seguiamo?
Chiese Quezzi.
- Non serve. Ora l'avranno capita.
Disse, come se quello fosse sempre stato il suo piano.
- Hanno la casa a Montoggio. Andranno lì.
- E ora che si fa?
- Il piano prosegue, ci sono altri fascisti da ammazzare, e non tutti hanno un cane con cui sbagliarsi. Ma ci penseranno gli altri.
- Ma il Comitato ha detto di fermare gli attentati. Pertini, lo sciopero.
- Pertini fa quello che deve fare. Lo sciopero ha funzionato. La guerra è vinta. Ma i fascisti non se ne vanno. E ora non voglio che gli azzurri si prendano tutto il merito. E i cattolici. Tutti i nostri compagni sono morti per dei boia che... per quei boia che....
S'inceppò dalla rabbia. L'altro lo anticipò.
- Va bene, sarà fatta giustizia. Ma il Comitato non sarà felice. Agli usamericani non piace quando facciamo di testa nostra.
- A conti fatti non potranno che accettare. I socialisti lo accetteranno e Togliatti certo non piangerà per qualche fascista in meno. E se anche i compagni a Roma non appoggeranno le nostre azioni, pazienza. Non è la prima volta che ci sporchiamo le mani, tu e io. Ma se stiamo ad aspettare le direttive da Roma, qui a Genova il comunismo non lo si farà mai. Se anche saremo criticati da quelli, gli avremo comunque fatto un favore. Facciam0 come facevano i fascisti prima.
- Mh... tu hai studiato, se dici che si fa così, si deve fare così. Ma io sono stanco, Cicerone, la guerra dicono che sia finita, i tedeschi se ne sono andati, Mussolini è sparito. I fascisti hanno paura. Lo so, questo non ce l'ha paura. Ma i fascisti hanno paura a mostrare il muso fuori casa. Hanno perso. Verrà pure il momento di lasciare la montagna. Di tornare a prima.
- Hai forse ragione. Ma mettitelo in testa. se anche si deve lasciare la montagna, non si torna più a prima. Poi tu hai vent'anni, nemmeno l'hai mai conosciuto il prima. E io poco, e comunque te l'assicuro non ci vogliamo tornare a prima. Te lo dico, hai ragione, è quasi fatta, ma non possiamo certo smettere adesso che siamo così vicini. Mussolini è da giorni che non si sente, se è vivo, male, se è morto, che gli altri lo seguano. Non si potrà andare avanti fino a che non saranno puniti tutti i catilinari.
- I catichi?
- Lascia stare, i fascisti.
- I fascisti.
Ripetè. E intanto continuarono ad andare. Da piazza Verdi, di fronte alla stazione, si diressero alla salita di via Serra, con l'intenzione di raggiungere Corvetto. Quel giorno molti si stavano dirigendo lì, perché c'era la messa in suffragio di quel pazzo di piazza Colombo - non che importasse qualcosa a loro, comunisti, di quel santone che per vent'anni era sulla mensola a delirare.
- Io ti capisco, Cicerone. Anche a me mi fa rabbia quello lì. Mi ricordo quando Pienneeffe viveva come me a Montesignano, fuori città, prima che diventasse un signore e venisse qui. Sono anni che fa finta di non riconoscerci, come se fosse sempre stato un padrone. E le compagne! In fabbrica! Come le trattava!
L'altro reiterò il suo giudizio di maledetto bastardo. Borbottò per qualche tempo, suonando sempre su questa corda, e Quezzi lo lasciò sfogare, perché un po' si sentiva in colpa per l'errore, un po' si era abituato a lasciare che Cicerone monologasse tra sé senza che nessuno dovesse rispondergli. Poteva andare avanti per delle ore a mugugnare variazioni delle solite frasi, che noi ci asterremo dal riportare per non annoiare il lettore. In fondo se le immagina facilmente, fascisti qui, fascisti là.
- Va bene, scusami. Lascia stare. Scusami, scusami. Lascia stare. Un errore capita. Scusami. E ora che si fa? Ora, dico, dove andiamo?
Sapeva che una domanda diretta, che attendeva una risposta precisa, era il modo migliore per strapparlo alle sue filippiche e riportarlo alla situazione.
- Andiamo dalla chiesa. Sono tutti lì.
- Tu? Proprio tu vuoi andare a messa?
- Non voglio andare a messa. Sono tutti lì. Sentiamo che si dice. Quando passerà la notizia del cane fascista, dico. Teniamo d'occhio tutti quanti, vediamo come reagiscono. Se stanno ancora con noi, o no.
- Daremo nell'occhio se entriamo in chiesa.
- E vuol dire che daremo nell'occhio. Vedremo cosa avranno da dire. Dai su, andiamo.
Arrivati in piazza Corvetto, presero allora la seconda strada alla loro destra, la ripida via Assarotti, dove si trovava la chiesa. Così cominciarono a salire, passando sempre più gente, qualche volto conosciuto, qualche sconosciuto. Senza interesse, la gente gli passava di fianco (i nostri mantenevano un passo piuttosto lento) come sfocata, con il volto un po' triste delle fotografie.
- Comunque non è così strano che io vada in chiesa.
Disse Cicerone, riprendendo il discorso di poco prima.
- Sai, io da giovane ci andavo sempre. Facevo il chierichetto.
- Tu? Chierichetto?! Non ci credo!?
E per provare la verità di quando diceva, mentre salivano il ripido monte, Cicerone incominciò a cantare nella lingua dei preti: 'inexitu israel de egittooo...' Ma smise in fretta, perché si vergognava della sua stonata voce da cornacchia. Anche quando si cantava la Bandiera rossa o l'Internazionale faceva finta, muoveva le labbra nell'illusione che nessuno se ne accorgesse. Tutti gli altri lo sapevano benissimo di questa sua vergogna, ma gli volevano bene, e facevano finta di niente. Questa volta invece, forse perché all'improvviso si sentì allegro, intonò quel salmo. Per poco, e quindi smise in fretta, un po' pentito. E così salirono, con i volti di tutti che gli passavano accanto come se fossero parte stessa della salita, chi passavano e chi stava fermo intorno a loro come se fossero gli uni delle persone senza corpo che camminava verso l'alto come loro, gli altri come immagini impresse nelle pareti degli edifici. Era certo strano vedere così tanta gente fuori in un'ora lavorativa. Ma, senza dirlo, tutti sapevano quello che sapevano e Quezzi e Cicerone, anche Pienneeffe, suo malgrado, lo sapeva. La repubblica era finalmente finita. E adesso? Cosa li aspettava in cima al monte?
parola di Camilla Camille