Pochi paralleli si potrebbero trovare nel panorama delle lingue registrate con il caso del sacarai e del suo popolo. Nonostante si possa dire che oggi questa lingua sia abbastanza conosciuta, almeno dagli specialisti, lo stesso non lo si può affermare per i lunghi e lunghi secoli in cui la conoscenza di questa lingua e di questo popolo sono rimasti rilegati in una sola città.
Per ripercorrere brevemente la storia della critica, nel 1621 esce impresso un libretto di un tale Custodio Sansa-Spinola, il quale si presenta come membro dell’Accademia degli Addormentati di Genova, sebbene a oggi non ne sia stata ancora trovata alcuna prova, e quindi si tende a sospettare una millanteria. Si tratta di Vera informazione delle terre de’ Sacari, composta per Custodio Sansa-Spinola, accademico eruditissimo et peritissimo delle cose de’ Oltremare, libro in cui l’autore descrive i costumi di questo inedito popolo: i Sacar.
Secondo quanto il Custodio afferma, l’isola dei Sacar venne raggiunta da Vadino Vivaldi, partito nel 1291 insieme al fratello Ugolino per mare Oceanum ad partes Indiae (= attraverso l’Atlantico per raggiungere le Indie, la citazione è tratta dalla cronaca di Tedisio Doria), dopo cinque anni di navigazione. Dell’impresa dei fratelli Vivaldi è stato scritto tantissimo, tanto quanto poco è quello che effettivamente si sa, e immaginare che uno dei due fratelli (dell’altro non si fa menzione) abbia addirittura passato il continente Americano, due secoli prima di Magellano, per raggiungere un’isola sperduta nel Pacifico, sembra assolutamente inaccettabile. Questo si pensava almeno, ma nel frattempo è stato dimostrato da Heyerdahl che le navigazioni oceaniche per lo sterminato Pacifico sarebbero state praticabili addirittura in età protostorica; questo ha fornito qualche argomentazione ai sostenitori della veracità del Sansa-Spinola. Vadino di certo con le tecnologie mediterranee della fine del tredicesimo secolo non avrebbe potuto fare quanto Custodio sembra credere, e non resta che lasciare al giudizio di ciascuno di noi se accettare di credere in un qualche viaggio odissiaco, per il quale il Vivaldi sia riuscito a passare il continente e poi, raggiunta la costa del Cile, lanciarsi nel nuovo Oceano con un mezzo, minimale come il Kon-Tiki o più complesso, per poi raggiungere quell'isola.
Custodio afferma di aver trovato tra le carte della famiglia (apparteneva a un ramo cadetto degli Spinola) il manoscritto di un rinomato dottore della Chiesa, Noiosio da Bargagli, il quale, è risaputo, si ritirò a vita privata dopo che il Pontefice gli preferì Jacopo da Varazze alla guida dell’arcidiocesi della città. In questo suo ritiro cominciò a trattare di testi non più strettamente di natura teologica, testi dagli argomenti più disparati, tra i quali il documento in questione. Il testo di Noiosio esiste ancora oggi, ed è conservato presso l’Archivio di Stato della città (RES. 356), ma non si tratta d'altro che un piccolo lemmario con un centinaio di vocaboli (novantasei, per la precisione) e la loro traduzione in lingua latina. Non si sa da dove Noiosio abbia tratto questi vocaboli, c’è chi ha suggerito si trattasse di una sua invenzione, forse con funzione mistica come la Lingua Ignota di Hildegard von Bingen. Nemmeno si sa da dove Custodio abbia tratto tutte le informazioni che afferma di avere tratto da Noiosio, siccome, al di là di quei pochi lemmi che si sono conservati fino a noi, non abbiamo nulla. Non è implausibile che del materiale molto più ampio sia andato perduto dopo il Seicento.
Quindi Custodio pubblica il suo libro su questo popolo, inizialmente ignorandone gli aspetti linguistici e concentrandosi sui costumi e la costituzione degli abitanti della piccola isola nel Pacifico, i quali, Custodio afferma, sono organizzati perfettamente. Sfortunatamente il libro esce in un periodo in cui già circolano moltissimi testi descriventi città straordinarie, Moore, Campanella, Bacone, tutti affermano di avere notizia di quella o di quell'altro luogo ideale. E, di fronte a questi giganti del pensiero europeo, il popolo di Custodio è troppo strampalato perché il pubblico europeo ne possa rimanere in qualche modo colpito. Insomma, il libro di Custodio viene letto come un’utopia bislacca, un capriccio bizzarro. Inutili le proteste dell’autore, inutili le continue difese e pubblicazioni a seguito del primo libro (da ricordare il feroce Palinodia alli critici de' Sacari), nessuno gli crede. Custodio arriva poi a pubblicare quella che oggi consideriamo la prima vera grammatica di sacarai, il Tesoretto Sacaraico (princeps: 1639; ed moderna: Bisunto, 1957), in cui affronta il caso di questa singolare lingua. Ma ancora, niente.
Custodio muore senza ricevere il desiderato riconoscimento continentale. Sembra che solo la città di Genova riesce a verificare la veracità della sua testimonianza, organizzando una nuova spedizione verso quello che ormai si conosce come l'Oceano Pacifico; Moderato, pronipote di Custodio, parte e ritorna, portando con sé un indigeno. Purtroppo per lui, se prima era stata tragedia, ora è farsa. Anche Moderato, come l’antenato, pubblica il suo libro con le impressioni di questo sacaro, catturato dall’isola e portato a Genova, ma, nuovamente, l’Europa intera lo prende per un bizzarro libretto filosofico. Si è nel 1722, e da un anno tale Montesquieu ha pubblicato le lettere di certi persiani che turisteggiano per la Francia. Ed ecco che, di nuovo, un Sansa-Spinola si spende a difendere come fededegno ciò che per tutti non è che una derivativa opera di genere. Soltanto a Genova si preserva quindi la conoscenza di quest’isola, una conoscenza di cui, venendo a meno il potere politico della Repubblica marinara, non porta a nulla. Si dice che un delegato genovese dopo la seconda destituzione di Napoleone suggerisce di spedire l’imperatore proprio su detta isola, ma soltanto per venire cacciato a pedate da Talleyrand in persona.
Per quale ragione mai nessun altro paese abbia raggiunto quest’isola, non si capisce. Si è letto nel diario di James Cook che nel periodo in cui, seguendo la sua rotta, avrebbe dovuto avvistare la costa dei Sacar, viene preso da una qualche forma di indisposizione che lo rilega sottocoperta. Cito: «To-day the Captain kept wholly to his quarters, being seized with a grievous flux of the belly, brought on, as is supposed, by some ill-judged victuals he alone consumed. He bore the affliction with patience, and it is hoped he shall be restored ere long (= oggi il capitano è rimasto nei suoi alloggi, afflitto da un gravoso movimento di stomaco inflittogli, credo, da qualche vettovaglia avariata che ha consumato solo lui. Ha sopportato la diarrea con stoicismo, e si spera che guarirà presto)».
Si è suggerito insomma che una volta stabilitesi delle rotte standard, gli inglesi non si siano più avventurati fuori da queste, e così i tedeschi e gli olandesi che cominciano ad attraversare le isole dell’area polinesiana dopo la conferenza di Berlino. Tutti si tengono inconsapevolmente a distanza dall'isola, il che risparmia al popolo la colonizzazione delle potenze europee.
Ma se soltanto a Genova si continua a preservare la conoscenza di una tale isola (e forse se ne mantengono bene o male i contatti), tutto cambia nel dopoguerra. In un mondo globale, nessun angolo del globo avrebbe potuto sfuggire alle due superpotenze che si spartiscono il mondo. Si può trovare citata l'isola dei Sacar nel Lungo Telegramma come uno dei luoghi su cui sarebbe stato necessario esercitare il containment; motivo per cui una preventiva pressione da parte di Truman impedisce un golpe comunista nell’isola. Dopo questo fatto, il mondo intero non può che ammettere l'esistenza dell'isola dei Sacar.
Pertanto oggi crediamo che lì ci sia davvero quell’isola, lì ci sia davvero quel popolo: alle coordinate 44.4° S, 171.1° W, si troverebbe dunque un’isola di circa 200 km2, poco meno che l’Elba. Certo, che ci sia davvero un’isola non dovrebbe automaticamente farci credere a tutta la storia che si trascina dal Duecento, ma penso che almeno si debba qualche scusa a Custodio e a tutti i sacaristi pre-moderni. Dagli anni Cinquanta gli studi sacarastici sono stati restaurati e guidati dal compianto Monsignor Glossone Bisunto, che cura quella che oggi è la grammatica standard di questa lingua, tradotta nelle principali lingue internazionali e adottata dalle facoltà di linguistica di tutto il mondo.
Oggi verifichiamo un rinnovo di interessi negli studi sia linguistici che antropologici di quest'isola, da parte e di specialisti e di amatori. Per questo motivo abbiamo deciso di cominciare a trascrivere il materiale che è stato prodotto qui sul nostro sito, a uso degli interessati.
parola di Traiano Boccalone