L’amico Vitalieno Aspromare mi ha fatto leggere una sua poesia ancora inedita in cui dichiara imbarazzo (cito a memoria) “perché all’italiano manca il duale”. Ho quindi pensato di aiutare l’amico e fornirgli una soluzione, sperando che possa tornare utile a questi poetucci caotici.
Il tema sarà perciò immaginare un numero duale per l'italiano. Prima di svolgere il compito però, dovremo immaginarci quando e come la nostra lingua abbia sviluppato questa uscita manichea. Si potremmo decidere che fosse già stato presente nel latino e che l’italiano lo abbia ereditato insieme al resto del sistema verbale, ma mi verrebbe da pensare che, se il latino avesse mantenuto il duale dall’antenato indoeuropeo (o se lo avesse importato dal greco per invidia), questo sarebbe stato una delle prime cose a cadere durante la gestazione delle lingue romanze. Quindi dovremo immaginarci che, per qualche motivo, l’uomo medievale abbia ritenuto il numero duale una marca essenziale della lingua e che sia quindi un'innovazione assente nella lingua madre. Immaginiamoci anche che questa innovazione sia stata una necessità percepità soltanto dai parlanti della penisola, per non andare a disturbare fratelli e cugini romanzi.
Detto questo, il nostro duale ha già una sua identità: 1) è un’innovazione proto-romanza; 2) è esclusivo della penisola italiana; 3) non si tratta di un cultismo (perché nel caso si sarebbero semplicemente prese in prestito le desinenze greche).
Siccome il genio linguistico è pigro e per le sue ricette ama usare gli ingredienti che ha in casa, possiamo approfittare di un fossile duale che dal latino è arrivato a noi: l’aggettivo ‘ambo’.
Ecco quindi che abbiamo già il nostro pronome personale:
- Ambo (noi-due)
- Ambi (voi-due)
Per non complicarci troppo, diciamo che si mantiene la stessa forma in funzione di soggetto e oggetto (cioé, in ambo i casi). E, di nuovo per risparmiare, diciamo che la seconda uscita può funzionare sia per il duale di seconda che di terza persona (voi-due/loro-due).
Ora, come minimo abbiamo bisogno di un pronome possessivo e riflessivo. Sembra ragionevole seguire lo stesso principio che hanno seguito gli altri pronomi, e estrarli dalla declinazione latina.
Lat. Ambo, -orum: aggettivo numerale.
(Gen.) AMBORUM > *amboro > ambro/ambri
(Dat.) AMBOBUS > *ambobo > *bobo/*bobi > bo/bi
Si è quindi imposta come tendenza la vocale tematica -o per la prima persona duale, la -i per la seconda. Come alternativa, si potrebbe anche usare il numerale latino ‘bis’, ma questo è indeclinabile, e ci renderebbe difficile distinguere la prima dalla seconda duale. Perciò manteniamo quanto abbiamo stabilito fino a ora.
Adesso abbiamo bisogno di una terminazione verbale e una nominale, compito non facilissimo. Partiamo dal verbo, e concentriamoci semplicemente sull’indicativo presente.
Possiamo immaginare che si sia formato per perifrasi, come i modi condizionale e futuro, aggiungendo i suffissi -bo e -bi all’infinito.
Cantare + -bo/-bi
Bere + -bo/-bo
Dire + -bo/-bi
Essere + -bo/-bi
Avere + -bo/-bi
Cantabo, cantabi. Ora, se vogliamo mantenere il gioco dell’evoluzione diacronica, sappiamo che la -b- intervocalica in italiano si è spirantizzata, diventando -v-, ma questo crea un problema, perché è un caso che si è già verificato per un altra desinenza verbale: CANTABAM > cantabo > cantavo. C’è quindi un conflitto con l’indicativo imperfetto.
Sebbene linguisticamente può essere accettabile una coincidenza di desinenze (perché dipende dall'uso e non dalla norma - la lingua vive per i suoi utenti e non i suoi scolari), l'idea di mantenere questa uscita nonostante il pericolo di confusione non entusiasma. Siccome abbiamo deciso che il nostro uomo medievale sentiva davvero la necessità di potere disporre di un duale, possiamo decidere che la -b non lenisce (perché in fondo non è un’eredità dal latino, ma un’innovazione). Potremmo accontentarci di cantabo/cantabi come duale, ma sembra meglio fare un passo ancora più avanti e immaginare che il parlante sia stato spontaneamente portanto a evitare qualsiasi ambiguità o modificazione incarognendosi su quella -b, rafforzandola. Abbiamo quindi una consonante geminata.
Cantabbo/cantabbi
In alternativa possiamo approfittare dell’analogia con il pronome personale ambo/ambi e inserire la -m- nasale
Cantambo/cantambi
Non è necessario scegliere, possiamo decidere che le parlate meridionali abbiano mantenuto la prima uscita, mentre le settentrionali abbiano applicato l’innovazione della nasale. Ne consegue che nelle rispettive aree dialettali si sono mantenute entrambe le forme (e magari si sono verificate variazioni locali, ma cerchiamo di non esagerare), ma, come sappiamo, per stabilire la forma standard italiana, bisogna andare a vedere quello che è successo a Firenze. Se abbiamo deciso che da sopra la linea La Spezia-Rimini si è mantenuta l'uscita in -mbo/-mbi, mentre sotto la linea Roma-Ancona si è verificata la geminazione di -bbo/-bbi, resta da vedere cos'è successo al centro. Verrebbe da dire che il centro ha mantenuto l'isoglossìa di entrambe le forme, scegliendo ora l'una ora l'altra a seconda degli scambi di uno o l'altro centro linguistico. Le città che comunicavano più spesso con il settentrione si sono abituate alla prima uscita, e viceversa. Ma a Firenze?
Per uscire dall'inghippo in cui mi sono infilata da sola dirò che la forma -mbo/-mbi è l'uscita naturale della città di Firenze, ma che, nonostante questo, il duale è uno dei casi in cui non si è affermata la forma popolare del centro linguistico. Quindi nell'italiano standard si è affermata l'uscita -bbo/-bbi. Verrebbe da immaginarsi che il buon Bembo, rinunciando all'assonanza con il proprio cognome, abbia accettato e spinto per questa uscita nelle sue Prose, secondo l'uso del Petrarca, il quale certo avrebbe alzato le sopracciglia di fronte alla ridondanza di 'ambo amambo'. Lo stesso Manzoni scarica definitivamente la sopravvissuta diglossia della forma in -mbo/-mbi uniformando nella quarantana dei Promessi Sposi tutte le uscite duali nella variante geminata, rendendo -bbo/-bbi lo standard dell'italiano moderno. Ambo amabbo, noi-due amiamo, grazioso. Ambo bo amabbo, noi-due ci amiamo, poetico. Ma ecco che scatta un'altra regola della nostra lingua: l'elisione della vocale per evitare lo iato: Ambo b'amabbo, stupendo.
Quindi:
Cantare Bere Dire Essere Avere
Canto Bevo Dico Sono Ho
Canti Bevi Dici Sei Hai
Canta Beve Dice È Ha
Cantabbo Bevebbo Dicibbo Simbo* Abbo
Cantiamo Beviamo Diciamo Siamo Abbiamo
Cantabbi Bevibbi Dicibbi Simbi* Abbi
Cantate Bevete Dite Siete Avete
Cantano Bevono Dicono Sono Hanno
*) Diciamo che il verbo essere è talmente irregolare da avere mantenuto la forma in -mbo/-mbi.
Ora che abbiamo anche gli ausiliari, possiamo formare i tempi composti e la diatesi passiva:
Ambo abbo mangiato.
Ambi abbi visitato Vigevano.
Ambo simbo mancini.
Ambi simbi calabresi.
Naturalmente, come è d'uso, il soggetto si sottintende volentieri: abbo mangiato; abbi visitato Vigevano; simbo mancini; simbi calabresi.
Questo l’indicativo presente e il passato prossimo. Certo, per il momento limitiamoci a questi. Adesso ci interessa molto più discutere il suffisso nominale. Abbiamo stabilito che le terminazioni tipiche sono -bo/-bi. Questa seconda uscita ci manterrà per la formazione delle uscite per sostantivi e aggettivi. Useremo per ciò la vocale tematica -i, ma ecco!, di nuovo una coincidenza: la -i già indica il maschile plurale.
Penso però che a questo punto abbiamo abbastanza elementi per sopportare una coincidenza, e, nel caso, si potrà sempre disambiguare con i pronomi. Se fosse troppo pulito, il nostro duale avrebbe quell'odoraccio di gomma nuova tipico degli innesti linguistici artificiali. Accetteremo quindi che duale e plurale maschili combacino. Il femminile non avrà invece problemi a usare l’uscita in -i. Ne segue:
Un libro, due libri, tre libri.
Una luna, due luni, tre lune.
Nel caso in cui il sostantivo finisca già in -i, le due vocali si fondono in una sola (ma, non avendo la quantità, i-lunga, i breve, non cambia nulla):
Una sedia, due sedi, tre sedie.
Per il caso dei sostantivi derivati dal neutro con un plurale irregolare, non serve introdurre varianti alla regola:
Un uovo, due uovi, tre uova.
Un braccio, due bracci, tre braccia.
Nel caso di sostantivi irregolari, si potrebbe proporre che orima del suffisso si mantiene la radice del singolare. Quindi:
Un uomo, due uomi, tre uomini.
Un dio, due dii*, tre dei.
*) in questo caso sarà necessario raddoppiare graficamente per distinguere dal verbo dire e dalla preposizione semplice.
Nel caso di sostantivi invariabili, non si vede perché si debbano comportare diversamente al duale:
Una città, due città, tre città.
Un re, due re, tre re.
Una specie, due specie, tre specie.
Ecco degli esempi:
Giocabbo tutti i giorni a Candy Crush Saga sul cellulare, nonostante questo, non simbo boomer.
Mario ha chiesto a Lucia di sposarla, e adesso dobibbo inventarci una scusa per non andare all’ambri matrimonio.
Non c’è nessun ambo, o me o te.
Sento che con te possibbo sfidare il mondo intero.
Io, Giorgio, Luca e Clodoveo, queste le squadre di briscola, ambo e ambi.
Ambo bo simbo dimenticati di prendere Michelino a scuola!
Annibale attraversa le Apli e attacca, i due eserciti bi sfidabbi a Canne.
Sì, signora, le assicuro che ambi i suoi figli simbi bruttissimi.
Non rimane che discutere l’articolo. Sempre per economia linguistica, manterremo lo stesso sistema, li per l’articolo determinativo, maschile e femminile, che combinazione è disponibile. Non c’è un articolo indeterminativo duale, come non c’è per il plurale, e, se abbiamo bisogno di indicare una indeterminatezza in casi duali, possiamo usare delli come abbiamo il partitivo ‘degli’ per il plurale. 'Li' e 'delli' si possono certo trovare nell'uso poetico, ma, a maggior ragione, possiamo prendere quello che è già nell'uso e risemantizzarlo.
Sì che ambo fumbo al cominciar del viaggio – Inferno, II, 32
Amor mi manda quel dolce pensero/che secretario anticho è fra ambo due* – RVF, 168
*) si potrebbe dire che, con il pronome duale, 'due' diventa ridondante, ma, si sa, licenza del poeta per non rovinare il computo dell'endecasillabo.
Ecco colmata una lacuna della nostra lingua. Treccani, se ci senti, batti un colpo.
parola di etrA Lalonza